Il risultato del referendum è stato importante, ma ha solo tolto un tassello alla costruzione di un autoritarismo moderno, che va arginato individuando spazi e forme di difesa della democrazia.

Ogni tanto un respiro di sollievo. La vittoria del No al referendum è stato un importante risultato: ha dimostrato che il popolo italiano comprende e difende i valori democratici della nostra costituzione antifascista. In qualunque modo sia giunto a votare no, qualunque ragionamento abbia fatto per deciderlo, la sostanza è quella: il 53,2% dei votanti ha di fatto dichiarato che la costituzione è un bene prezioso che bisogna proteggere dalle bordate di autoritarismo e concentrazione dei poteri.
In questo risultato si intravedono due segnali positivi: l’affluenza alle urne è tornata a salire, evidenziando che il problema non è il disinteresse verso la politica, ma la sfiducia verso ciò che essa è diventato; la differenza è stata marcata dai giovani, cosa che riapre le porte al vero significato di democrazia, che anche i bambini conoscono, ma che forse non abbiamo mai sperimentato davvero. Il nostro potere come popolo, infatti, è limitato alla capacità di espressione di un analfabeta: l’apposizione di una croce su un simbolo. Ai tempi in cui fu elaborata la costituzione poteva essere indice di democrazia, perché, visti gli alti tassi di analfabetismo, dava a tutti la possibilità di votare e quindi partecipare alla vita politica. Ma poi si sarebbero dovuti creare ambiti e modi per una maggiore partecipazione, un coinvolgimento diretto nelle questioni che ci riguardano tutti, perché questo è la politica: ciò da cui dipende la nostra vita quotidiana, se riusciamo ad arrivare a fine mese, se potremo curarci e se i nostri figli potranno studiare o dovranno morire in guerra. Oggi che l’analfabetismo è quasi scomparso, la partecipazione alla vita politica rimane quella di una crocetta, e inoltre hanno pensato bene di creare il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, tanto gradito a certi partiti perché aiuta a manipolare le menti.
Anche per questo occorre stare attenti: la deriva autoritaria è sempre dietro la porta, forse è il paradosso stesso della democrazia, che non riesce a trovare l’equilibrio fra contrapposti interessi di classe e conduce a certe scelte elettorali e politichetendenti non a soddisfare i bisogni della maggioranza della popolazione, ma a consolidare privilegi e rafforzare impunità.
Quindi non bisogna cullarsi in questo risultato: sarà necessario dire altri no, perché chi ha perso questo referendum tornerà alla carica con altre leggi o riforme o quello che potrà per aggirare i limiti posti dalla costituzione. Non è un allarmismo privo di fondamento, perché i germi sono ben visibili nella nostra societàgià da molto tempo. Forse non lo chiameremo fascismo, parola che, chissà perché, fa arrabbiare proprio chi non l’ha mai rinnegato, lo possiamo chiamare populismo in fase avanzata, forse sarà compito degli storici trovargli un nome: ma intanto possiamo leggere come si presenta la nostra realtà proprio nell’anno della curiosa ricorrenza del centenario delle “leggi fascistissime”.
E la realtà è che in nome della sicurezza nazionale e di un’alleanza mal riposta, ci accingiamo a vederci tagliare gradualmente tutte le spese sociali in favore di quelle militari (per quest’anno circa 33 miliardi). Non sarà un caso se la sanità non funzionerà più, se le fasce più deboli della popolazione ne risentiranno tragicamente, perché queste sono scelte politiche. Così come da decenni ormai si sta demolendo la scuola pubblica, i libri di testo vengono controllati e manipolati, con conseguente impoverimento culturale e incapacità di comprendere il mondo e quindi maggiore duttilità alla propaganda.
Sempre in nome della sicurezza interna, guarda caso in seguito a manifestazioni oceaniche che esigevano di essere ascoltate, il governo ha emanato decreti che limitano la libertà di manifestazione e di espressione delle opinioni, concedendo invece maggiore protezione alle forze dell’ordine, che ultimamente fanno un uso sempre più disinvolto del manganello. Proprio perché si governa a colpi di decreti urgenti anche quando urgenza non c’è, il Parlamento è sulla buona strada per ridursi a un “bivacco di manipoli”. Il “noi lo rispettiamo” pronunciato in riferimento al risultato del referendum nel video del presidente del consiglio sembra sottintendere un “per ora”.
D’altra parte il capo del governo non rende conto delle proprie azioni, non risponde neanche alle interrogazioni parlamentari su casi gravissimi e torna subito alla carica con la proposta di una legge elettorale.
con il premio di maggioranza che presenta analogie con quella del 1923 (con la quale vinse il fascismo e dopo non ci furono più votazioni fin dopo la seconda guerra mondiale)
Ovviamente si dirà che la situazione non è quella di allora, ma anche l’autoritarismo sa adeguarsi ai tempi: oggi non c’è bisogno di un Minculpop che censura e distribuisce veline né di chiudere i giornali, perché sono già quasi tutti asserviti alla propaganda di regime e riproducono lo stesso approccio distorto e strumentalizzato nel modo di dare le notizie. Certo, non c’è un duce che con la sua retorica camuffa-menzogne (che diceva il contrario di quanto sembrava proclamare) possa trascinare le masse persino alla guerra: oggi le menzogne sono sparate in aria con la maggiore disinvoltura, supportate da migliaia di troll, bot, fake, falsi profili e programmi tv ad hoc per dirigere l’opinione pubblica, confondendo la realtà con le migliaia di verità alternative proclamate o viste nei video generati con l’IA. E in guerra, di fatto, ci siamo già, per giunta dalla parte dell’aggressore, in barba alla costituzione, visto che il nostro territorio è utilizzato dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran e che forniamo aiuti militari a Israele.
Oggi non occorre più sguinzagliare guardie, spie e controllosociale: abbiamo cellulari e computer e la nostra cybersecurity ha perso sovranità.
Invece dell’antisemitismo degli anni Trenta (oggi “vietato” non in quanto aberrante ma perché dobbiamo essere complici dello sterminio di palestinesi, libanesi e quant’altri) abbiamo l’islamofobia, che fa doppiamente comodo contro l’immigrazione e a favore del genocidio. Non manca la creazione del nemico, perché il fascismo ha bisogno di creare nemici per aumentare il controllo sociale: di volta in volta se ne individua uno, interno o esterno secondo il bisogno, ma il grande favorito è sempre la Russia, anche se non più socialista, l’importante è che ci sia un pretesto per il riarmo, per esaudire i desideri di profitti stratosferici dei produttori di armi. Crediamo di vivere in una democrazia, ma non abbiamo idea di quanto terreno essa stia perdendo. E se ci fossero ancora dubbi, basta una proposta di legge a dare la certezza: la proposta di criminalizzare l’antifascismo, che equivale a una dichiarazione esplicita di fascismo.
In conclusione, oggi non c’è più bisogno di aspetti visibili come camicie nere con manganello e olio di ricino, perché si possono ottenere gli stessi risultati in modi diversi: il fascismo consiste nella propaganda e nell’asservimento dei media per costruire consenso (anche su ciò che è illegale, immorale e disumano), nel controllo pervasivo, nella emarginazione e criminalizzazione di qualunque pensiero o persona ritenuta differente, per creare conflitti e una sensazione di emergenza che giustifichi la limitazione di libertà. Infatti proprio le destre esaltano tanto la contrapposizione fra destra e sinistra, ma il contrario del fascismo è la democrazia, e nella democrazia bisogna trovare il modo per convivere mediando e conciliando gli interessi, senza che la bilancia penda solo da un lato, altrimenti non è più democrazia. E la democrazia non cade dal cielo, ma si costruisce dal basso, a partire dalla vita quotidiana di ciascuno. Noi che vantiamo un primato democratico di quella che è in realtà una democrazia liberale, non abbiamo idea di quali reali forme di partecipazione possano esistere e vengano attuate nel mondo.
Perciò bisogna innanzitutto informarsi per non cadere nelle trappole della propaganda e aprire spazi di convivenza democratica dove non siano la sopraffazione e l’interesse a predominare. Bisogna trovare ambiti di partecipazione perché siano i cittadini a far sentire il fiato sul collo alla politica e non viceversa. Ognuno nel proprio piccolo può individuare qualcosa da fare perché questa conquista nata con la costituzione, questa democrazia italiana ancora troppo giovane e fragile, non vada persa per sempre. E questo sarà tanto più urgente man mano che le conseguenze della guerra e del riarmo si faranno sentire nel quotidiano, sgretolando quel poco di stato sociale che ci resta.
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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




