
Siamo già parte della guerra mondiale e non ce ne accorgiamo: l’attuale guerra mondiale non è più “a pezzi”, è ibrida, usa ogni tipo di arma, anche mediatica e psicologica; è totale, senza limiti, e ne siamo parte integrante perché le nostre coscienze sono il campo di battaglia. Chi non combatte sul campo, è prigioniero di quella guerra condotta nella rete e nelle menti, dove il nemico è invisibile e perciò più subdolo, si insinua nei nostri pensieri, nelle parole, nelle conversazioni più quotidiane e sa discolparsi senza neanche farci conoscere la sua identità. Chi non sta nelle zone di conflitto è stroncato a colpi di fake news che si mimetizzano con la verità al punto da non poterle più distinguere. Una guerra meno costosa ma ugualmente redditizia, apparentemente non distruttiva, ma che serve da supporto alle guerre che uccidono davvero, alle risoluzioni di qualsiasi conflitto attraverso la violenza.
La guerra cognitiva cerca di farci smettere di sentire come propria l’ingiustizia altrui, perché “essere capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo è la qualità più bella di un buon rivoluzionario”, come insegnò Che Guevara ai suoi figli. E quindi vogliono che stiamo a guardare ogni aggressione come un normale spettacolo.
Ma non ci sono spettatori innocenti: “Il silenzio di fronte al male è esso stesso male”, affermò il pastore e teologo cristiano Bonhoeffer, protagonista della resistenza al nazismo. E oggi la nostra vita quotidiana è già resistenza.
Invadere il Venezuela e rapire il presidente in carica insieme a sua moglie tocca profondamente le nostre vite, perché non è un fatto lontano né un episodio isolato solo per intrattenerci con notiziari o analisi specializzate; è un’aggressione che si filtra nell’intimità quotidiana, nei banchetti familiari, nelle conversazioni apparentemente innocenti, nei silenzi scomodi e nelle frasi ripetute come se fossero proprie, quando in realtà vengono prefabbricate dai laboratori di guerra psicologica.
Lì opera la guerra cognitiva, non solo come fragore di bombe, ma come persistenza di sensi imposti, come lento logorio della capacità di pensare con autonomia, come occupazione simbolica del linguaggio con cui chiamiamo realtà. Non si tratta solo di ciò che accade nel territorio venezuelano, ma di come quell’evento viene utilizzato per riorganizzare percezioni, emozioni e giudizi in milioni di coscienze oltre i suoi confini.
Così la guerra cognitiva imperiale si “siede a tavola” con noi, si serve il caffè e si traveste da buon senso. Si manifesta quando qualcuno dice “avranno fatto qualcosa”, quando si accetta senza discutere che l’intervento straniero è una forma di aiuto, quando si ripete che la sovranità è un concetto antico rispetto alla modernità del mercato e alle sanzioni. L’attacco al Venezuela non solo distrugge le infrastrutture o minaccia le istituzioni, ma cerca di colonizzare la conversazione quotidiana, erodere la solidarietà e frammentare la possibilità di una risposta etica collettiva.
La cosa più profonda di questa guerra è che non deve essere imposta solo dalla forza diretta; l’aiuta molto l’installazione di dubbi calcolati, sospetti permanenti e stanchezza morale. Nella quotidianità, il dibattito si esaurisce prima di iniziare, perché è già deciso in anticipo quali versioni sono credibili e quali sono propaganda. Si stabilisce una gerarchia di fonti dove la dittatura dei monopoli mediatici parla con autorità indiscutibile, mentre le voci del popolo venezuelano sono screditate in quanto emotive, interessate o irrilevanti.
Questa asimmetria non è casuale, è il risultato di decenni di concentrazione mercantile simbolica che hanno subordinato molteplici settori sociali per costringerli a diffidare dei popoli e fidarsi ciecamente degli imperi. Sanno che l’invasione del Venezuela tocca le nostre vite, anche se ce ne rendiamo conto con difficoltà, perché mette alla prova la nostra capacità di pensare storicamente. Obbliga a chiedersi se ricordiamo le invasioni, i blocchi, i colpi di stato mascherati da legalità, le guerre presentate come missioni di pace. Nelle chiacchiere a tavola la memoria è spesso il primo bersaglio, si ritagliano gli antecedenti, si isolano i fatti e li si presentano come anomalie senza contesto.
Così l’aggressione appare come risposta e non come causa, come correzione e non come crimine. La guerra cognitiva opera, quindi, come una pedagogia dell’oblio, allenandoci a non vedere i modelli di dominazione che si ripetono con nomi e scuse diversi. Ma questa guerra tocca anche fibre emotive profonde. Divide le famiglie, mette a prova le amicizie, rende sospettoso chi chiede troppo e ridicolizza chi si indigna.
L’indignazione è presentata come eccesso, come fanatismo, mentre l’indifferenza viene venduta come equilibrio. In questo clima, difendere il Venezuela diventa un gesto scomodo, quasi sovversivo, perché rompe l’armonia artificiale della quotidianità e obbliga a scegliere tra la comodità del consenso imposto e il disagio della coscienza critica. La guerra cognitiva non cerca solo di convincere, cerca di stancare, isolare e smobilitare. Ed è che l’invasione del Venezuela, così intesa, è un laboratorio di dominazione simbolica che ci include come popolazione obiettivo.
Non siamo spettatori neutrali; siamo territorio conteso. Ogni conversazione è un fronte, ogni parola una trincea, ogni silenzio una concessione. Quando accettiamo senza problemi che un paese possa essere asfissiato economicamente in nome della democrazia, stiamo accettando una logica che domani potrà essere applicata contro qualsiasi popolo disobbedisca. Per questo, ciò che è in gioco in Venezuela non è solo il suo destino, ma la soglia di tolleranza globale di fronte alla violenza imperiale normalizzata. Nell’intimità del quotidiano e del pensiero profondo, la guerra cognitiva cerca di trasformare la complessità in caricatura. Si riduce un processo storico pieno di contraddizioni ad un’etichetta semplice, facile da consumare e da rifiutare.
Questa semplificazione non è innocente, elimina la possibilità di analisi e sostituisce il pensiero con riflessi condizionati. Difendere la capacità di pensare criticamente sul Venezuela è, in questo senso, difendere la nostra dignità intellettuale, rifiutare di essere dei semplici riproduttori di discorsi altrui, recuperare il diritto al dubbio informato e al giudizio proprio. Questa invasione del Venezuela e il rapimento del presidente in carica tocca profondamente le nostre vite perché rivela fino a che punto il potere ha bisogno di controllare non solo territori e risorse, ma anche immaginari e affetti.
La guerra cognitiva cerca di farci smettere di sentire come propria l’ingiustizia altrui e di farci guardare l’aggressione come spettacolo e non come avvertimento. Di fronte a questo, il compito etico è resistere nel piccolo, a tavola, nella conversazione, nella domanda scomoda che disarma le certezze prefabbricate. Resistere è rifiutare di accettare che la violenza sia normale, che il saccheggio sia inevitabile, che la menzogna sia opinione. Ora bisogna ammettere che non ci sono spettatori innocenti e che ognuno deve decidere se sarà eco o coscienza; informarci con rigore, rompere la cerchia della ripetizione acritica; contestare il senso in ogni conversazione quotidiana senza superbia, ma senza concessioni; organizzare reti di dialogo e studio che rafforzino la memoria storica e la lettura critica dei media; accompagnare attivamente la solidarietà con il popolo venezuelano dal punto di vista culturale, politico e comunicativo; produrre e condividere contenuti che spieghino senza semplificare e commuovano senza manipolare, e trasformare l’indignazione in azione persistente.
Autore: Fernando Buen Abad
Fonte: La Jornada
https://www.telesurtv.net/blogs/venezuela-guerra-cognitiva-hasta-en-la-cocina/
Fernando Buen Abad Domínguez è filosofo e direttore dell’Istituto di Cultura e Comunicazione e del Centro Sean MacBride nell’Università Nazionale di Lanús, Argentina. E’ autore frequente nel quotidiano messicano La Jornada, in cui pubblica analisi critiche su temi politici, sociali e comunicazionalI da una prospettiva marxista e umanista.
Traduzione dallo spagnolo e introduzione a cura di Vilia Speranza
L’immagine di copertina è presa da http://www.cubanews.acn.cu/cuba/27466-cuba-warns-about-the-dangers-of-cognitive-warfare
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