Il ritorno delle “democrature” made in USA in America latina

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Vilia Speranza

Ancora non si è finito di ricostruire la storia dei desaparecidos delle vecchie dittature , ancora non sono del tutto compiuti i processi di pacificazione sociale e ancora non si è fatta completa giustizia delle violazioni dei diritti umani che, dopo decenni di alti e bassi e timido progresso a macchia di leopardo, tutta l’America latina sta vivendo un enorme déjà vu, un generale ritorno a governi di destra, oligarchici e pronti ad eliminare ogni traccia di democrazia e quel poco di stato sociale che si stava costruendo, sotto la direzione degli Stati Uniti.

Diciassette stati latinoamericani (su 20) hanno aderito a marzo all’iniziativa Scudo delle Americhe, che si impegnerà a “usare la forza militare letale per distruggere i cartelli e le reti terroristiche una volta per tutte”, ma che significa mano libera per le armi degli Stati Uniti in tutto il continente. Restano fuori solo due dei paesi più grandi della regione: il Brasile, almeno fino alle elezioni di novembre, e il Messico, che resiste alle accuse di narcoterrorismo e dove per la paura dell’ICE “reemigrano” volontariamente gli immigrati negli Stati Uniti, lasciando i campi con i prodotti da raccogliere. La Colombia, che non aveva aderito, è ormai acquisita al gioco di Trump.

Il processo di ricolonizzazione è stato violentemente inaugurato con il golpe di inizio anno in Venezuela, con il pretesto del narcotraffico, e probabilmente il devastante terremoto permetterà di portarlo a fondo nel paese caraibico, visto che gli Stati Uniti ne hanno approfittato per installare una base militare e sono subito accorsi specialisti del Comando del Fronte Interno dell’Idf con i loro mezzi e funzionari del Ministero degli Esteri israeliano. Proprio a Israele è stata affidata la gestione della ricostruzione, il contrario della sua specialità dimostrata negli ultimi anni, e quindi si prevede una presenza duratura. L’esperienza ci dice che né gli uni né gli altri se ne andranno una volta terminata l’emergenza.

Gli appelli alla popolazione per soccorrere i terremotati e anche l’allerta per un possibile tsunami sono stati denunciati come “campagna ignobile di laboratori mediatici finalizzata a creare il caos” da parte di Delcy Rodríguez, che perciò ha militarizzato l’area colpita per agevolare le operazioni di ricerca e salvataggio affidandosi alle forze di soccorso (militari) straniere.

Che si sia aperta la corsa allo sfruttamento coloniale è evidente nel trattamento riservato a Corina Machado, liquidata dagli stessi funzionari dell’amministrazione Trump che considerano “grottesco” il suo tentativo di approfittare del terremoto per rientrare in Venezuela. Ormai gli USA ci sono dentro con entrambi i piedi (quello politico-economico e quello militare), non hanno più bisogno di nessun cavallo di Troia.

Secondo Trump i venezuelani ballano per strada per la gioia di essere una neocolonia americana anche se c’è un doppio terremoto. Intanto lui festeggia la vittoria elettorale del suo favorito nella vicina Colombia, che naturalmente si attribuisce: “L’ho appoggiato e ha vinto le elezioni”, ha dichiarato disinvoltamente alla stampa ancor prima che fossero ufficiali i risultati. E possiamo immaginare come l’abbia appoggiato (e come fosse sicuro dei risultati). Appena eletto, con uno scarto di circa 250.000 voti su 25,6 milioni di votanti, l’ultraconservatore di doppia nazionalità colombiana e statunitense de la Espriella ha festeggiato apparendo in pubblico in una specie di papamobile blindato, che sembra essere tutto un programma: infatti ha già dichiarato che fomenterà la creazione di gruppi civili armati, che la protesta cittadina e l’opposizione politica saranno criminalizzate e che si costruiranno megacarceri private, cose che potrebbero propiziare la violazione massiccia e sistematica dei diritti umani.

Il suo protettore si augura che si costruisca una forte relazione fra i rispettivi paesi, ma in alcune città si protesta bruciando bandiere a stelle e strisce e alzando barricate. Forse i colombiani ricordano che quando la collaborazione fra i due paesi era più stretta (Plan Colombia) il paese risultò il più violento del mondo nel rapporto di Amnesty Internacional (1994), cosa che sembra avvicinarsi nuovamente con l’attuale peggiore ondata di violenza dell’ultimo decennio, nonostante la mancanza di un Pablo Escobar e delle sue autobombe.

Il candidato sconfitto Iván Cepeda, rappresentante della coalizione Pacto Histórico e difensore dei diritti umani, lancia l’allarme sull’intenzione di ritornare alle pratiche dell’estrema destra che attentano alla vita, alla democrazia e ai diritti del popolo, fra cui il paramilitarismo e la sua alleanza con lo Stato a discapito della popolazione. Per questo ha cominciato a organizzare la resistenza insieme all’ex presidente Petro, convocando una mobilitazione nazionale il 20 luglio, giorno dell’indipendenza, per difendere le riforme sociali appena varate, chiamando alla disobbedienza pacifica e chiedendo che de la Espriella rinunci alla sua cittadinanza statunitense, che significa lealtà agli Stati Uniti e quindi genera conflitti di interesse, e chiarisca il suo ruolo nei confronti degli USA. E’ da precisare che il neopresidente ha ottenuto la cittadinanza statunitense da adulto, dopo aver vissuto per diversi anni in Florida, dove gestiva uno studio legale che rappresentava ex leader paramilitari accusati di violazioni dei diritti umani -fra i quali un informatore della DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense- e uomini d’affari accusati di riciclaggio di denaro: per questo è legittimo il dubbio che sia un agente degli Stati Uniti. Ovviamente de la Espriella non ha risposto.

https://globalproject.info/2026/6/caos-elezioni-in-colombia-de-la-espriella-si-proclama-vincitore-e-cepeda-denuncia-brogli-e-annuncia-ricors


Anche il Brasile sta affrontando una crescente disputa politica caratterizzata da accuse di interferenza statunitense, disinformazione e sostegno a fazioni di estrema destra in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Questo obiettivo interventista si avvale di istituzioni che, pur prive di prestigio, mantengono una certa influenza -come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA)- e di associazioni regionali che dimostrano chiaramente l’assoluta egemonia politica, ideologica ed economica degli Stati Uniti. I quali utilizzano ogni mezzo: dall’infiltrazione e diffamazione mediatica ai soliti tentativi cammuffati da interventi contro il narcotraffico. Il cancelliere brasiliano Mauro Vieira ha espresso il serio timore che vogliano ricorrere alla forza militare, violando la sovranità del paese, perché hanno classificato come organizzazioni terroristiche globali il Comando Vermelho (CV) e il Primer Comando de la Capital (PCC), dopo aver imposto sanzioni contro presunti operatori finanziari vincolati a quest’ultimo. Si tratta delle due organizzazioni criminali più potenti del Brasile, nate entrambi all’interno del sistema carcerario: il CV dagli anni ’70 gestisce il narcotraffico internazionalecon una struttura verticistica quasi aziendale, il PCC, sorto negli anni ’90, è radicato soprattutto nelle favelas, dove spesso fornisce servizi sociali paralleli e protezione alla popolazione locale in cambio di fedeltà, come spesso succede quando non esiste o è carente uno stato sociale. Ciò significa che un intervento militare potrebbe coinvolgere direttamente e a fondo la popolazione.

Pur in questo contesto, il Brasile non dimentica di far parte dei BRICS e celebra il primo foro sulla cooperazione strategica fra Russia e America latina (dal 13 al 16 luglio a São Paulo), con tavole rotonde su multipolarismo, sovranità, sviluppo, tecnologia, finanze e integrazione dei paesi del Sud Globale. E non è solo teoria: come risultato si prevede l’elaborazione di un piano d’azione per la futura collaborazione.

Cuba

A Cuba 100 centrali elettriche sono fuori servizio per la mancanza di combustibili dovuta al blocco, al punto che si è verificato un black out generale su tutta l’isola, nonostante il governo abbia manifestato la sua buona volontà di apportare le riforme richieste dagli Stati Uniti: un pacchetto di 176 riforme economiche interne che includono l’apertura a investimenti esteri, la liberalizzazione del settore privato, una maggiore autonomia per le imprese locali e la fine di alcuni sussidi tradizionali. Praticamente una demolizione radicale del socialismo. Eppure Trump non è ancora contento e ha respinto tali manovre, confermando che non è vero che il problema sia il socialismo, ciò che vuole è mettere le mani sull’isola dopo aver stremato la popolazione.

E come se non bastasse il danno dello strangolamento, c’è anche la beffa della critica contro Cuba nell’assemblea generale dell’ONU da parte di un paese come Israele, accusato di genocidio, gravissime violazioni del diritto internazionale e umanitario, e immune da qualsiasi sanzione.

Il 7 luglio Cuba ha denunciato e documentato le conseguenze del blocco all’assemblea dell’ONU, che ha già votato 33 volte contro l’embargo, ma i voti di quasi 200 paesi non valgono quanto quelli degli Stati Uniti.


Cile

Mentre il “narcoesilio” cubano in Florida insiste che il libero mercato e la fine del comunismo siano la soluzione per tutti i mali (come se non si fossero già sperimentati i risultati del libero mercato), la realtà in Cile -che ha già applicato per decenni la ricetta neoliberale- dimostra tutto il contarrio. Nella regione di Antofagasta, considerata il motore economico del paese grazie alle miniere di rame, la povertà è più che raddopppiata nel giro di tre anni, passando da 30.057 persone nel 2017 a 64.810 nel 2020 e nel 2025 raggiungeva già 69.504 persone in situazione di povertà estrema. Oggi si calcola che circa 87.700 persone in questa regione vivano in povertà “multidimensionale”, che comprende carenze in salute, educazione, casa e alimentazione, senza che il libero mercato possa fermare questa tendenza, che anzi accresce.

Anche in regioni come La Araucanía, Biobío e Los Ríos -dove la povertà e la disuguaglianza sono ancora più profonde- il panorama è desolante. La Araucanía, con una popolazione indigena mapuche storicamente emarginata, registra tassi di povertà superiori al 20% della popolazione, mentre il modello neoliberale ha approfondito la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche imprese straniere.

Il narcoesilio cubano in Florida continua a ripetere i suoi vuoti slogan contro il comunismo e il blocco, ma tace quando il capitalismo selvaggio che loro difendono lascia centinaia di migliaia di cileni nella povertà.

 Perù, la dittatura rosa

Il Perù non ha bisogno della mano di Trump per instaurare una nuova dittatura, questa volta in rosa.

Dopo tre tentativi falliti nelle elezioni presidenziali, di cui non ha riconosciuto validi i risultati, Keiko Fujimori si è affermata con il 50,13% dei voti, e questa volta ha dichiarato che mettere in discussione i risultati ufficiali è andare contro la democrazia. Un vantaggio di appena 49.600 voti, lo 0,27%, tutti ottenuti dai peruviani all’estero, che hanno ribaltato i risultati raggiunti dai votanti in patria, a favore di Sanchez. Non è chiaro se abbia influito su ciò l’abolizione -fra la prima e la seconda ronda elettorale- della digitalizzazione dei voti nei centri elettorali all’estero, prima che le schede fossero trasportate in Perù, operazione che ha richiesto circa tre settimane e che sembra essere stata poco trasparente.

Il 28 luglio Keiko (come è normalmente chiamata in Perù) assumerà l’incarico per 5 anni, sempre che non lo prolunghi seguendo fino in fondo le orme di suo padre, visto che ha sùbito affermato di voler governare come lui, il dittatore Alberto Fujimori, condannato a 25 anni di reclusione per crimini di lesa umanità e corruzione, ma scarcerato nel 2023 per una grazia umanitaria e defunto quasi un anno dopo.

Dopo le precedenti sconfitte, Keiko aveva utilizzato la sua forza in parlamento per boicottare e destabilizzare i governi dei presidenti in carica, sia Kuczynski, di destra, che Castillo, di sinistra, aprendo un ciclo di instabilità politica in cui si sono avvicendati 8 presidenti in 10 anni. Dalla destituzione di Pedro Castillo nel 2022, il fujimorismo ha di fatto controllato il potere dal Parlamento imponendo un regime autoritario ultracoservatore, prendendo il controllo di buona parte del sistema di giustizia, destituendo autorità che non si sono sottomesse, approvando leggi che debilitano la lotta alla criminalità organizzata e favoriscono l’impunità per corrotti e violatori dei diritti umani. Un annuncio di quello che sarà la presidenza di Keiko Fujimori, che ora chiama all’unità intorno al suo governo e si mette subito all’opera: ancor prima di assumere i poteri, ha fatto approvare dal Congresso le accuse contro il giornalista Gustavo Gorriti e i giudici e procuratori che l’avevano portata a processo per corruzione e lavaggio di denaro (milioni di dollari), dal quale si è liberata per decisione del Tribunale Costituzionale che lei stessa controlla; inoltre ha minacciato di denunciare dirigenti e attivisti politici e sociali e giornalisti della stampa alternativa per l’appoggio a Sanchez.

Ma l’azione più significativa è la rapida approvazione della legge per cui militari e poliziotti accusati di omicidi e altri delitti saranno giudicati dal tribunale militare, una garanzia di impunità che prepara il terreno agli abusi di repressione delle proteste sociali e renderà nulle le investigazioni sui 59 morti nelle manifestazioni contro il governo illegittimo di Baluarte.

Dal punto di vista economico, ci si aspetta una politica neoliberale del tutto favorevole al gran capitale, l’abbandono dei piccoli produttori e una deregulation nella normativa del lavoro (solo da pochissimo si erano riconosciuti alcuni diritti, riducendo l’orario di lavoro e fissando un salario minimo più o meno decoroso) e dell’ambiente, sempre sacrificabile allo sfruttamento minerario, in cui già più di un miliardo di dollari si perdono in esportazioni di metalli provenienti da estrazioni illegali.

In politica è ovvio prevedere autoritarsimo e populismo clientelare per comprarsi i settori più poveri, così come ha fatto il padre. La mano dura contro la delinquenza comune farà guadagnare al governo una simpatia immediata perché la gente è disperata, ma il metodo verrà esteso al movimento sociale, all’opposizione politica e alla stampa libera, come in tutti i processi di controllo fascistoide.

Sul piano internazionale, Keiko si dibatterà nel dilemma geopolitico fra la volontà di allinearsi totalmente a Trump e la convenienza economica di mantenere le relazioni strategiche commerciali e di investimenti con la Cina, attualmente il maggior partner economico del Perù.

Come nella dittatura di Fujimori negli anni ’90, questo ennesimo progetto autoritario ha dalla sua parte il potere economico beneficiato dalla sua politica, i militari che hanno carta bianca per reprimere impunemente e i grandi mezzi di comunicazione, oltre a tutte le istituzioni corrotte e corruttibili. L’opposizione democratica ha le strade, le organizzazioni sociali, la stampa indipendente (finché riescono a sopravvivere) e un consistente spazio nel Congresso, se la coalizione riesce a consolidarsi, giacché in esso il fujimorismo non ha la maggioranza.

Bolivia

Dopo 50 giorni le proteste si sono arrestate sia per lo sfinimento che per la repressione, ma i problemi non si sono risolti e Paz non si dimette. Le proteste hanno però portato a galla molti problemi e debolezze da un lato e dall’altro, anche perché Paz non piace né a destra né a sinistra, ma i partiti politici non hanno saputo mediare fra Stato e società.

Dal 20 giugno è in vigore lo Stato di eccezione che ha autorizzato il dispiegamento di forze militari e la repressione verso i dirigenti delle proteste è dura, con accuse di terrorismo: il portavoce di 20 province è stato condannato a sei mesi in un carcere di massima sicurezza. Invece sembra che proprio l’amministrazione del presidente sia coinvolta in traffici di droga, in seguito al ritrovamento di tonnellate di cocaina dirette in Brasile. In ogni caso il governo di Paz non è in grado di affrontare la crisi del modello economico basato sull’esportazione di gas, collassato sia per la caduta della produzione locale che per i prezzi del mercato internazionale, e si allinea ai voleri della dottrina Donroe: ha firmato un accordo semisegreto con gli Stati Uniti sullo sfruttamento dei minerali, fra cui il litio, sta negoziando un prestito del FMI e ha autorizzato le operazioni di Starlink, tutte cose che verosimilmente prevedono cessioni di sovranità; inoltre, con un debito estero del 25% e mentre i sindacati chiedono aumenti dei salari del 20% per adeguarsi al costo della vita, ha eliminato le tasse ai ricchi e governa per decreti che sorvolano il dibattito parlamentare, uno schema che ben conosciamo.

Per fortuna gli argentini possono essere felici e speranzosi per l’andamento dei mondiali, in particolare per aver sconfitto la nemica storica, l’Inghilterra, altrimenti c’è poco da stare allegri: al punto che l’Argentina merita un articolo a parte.

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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)

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