IL BERSAGLIO SUL MAR GRANDE

Perché Taranto deve respingere il Comando Multinazionale Marittimo Nato per il Sud

Documento di opposizione · Settembre 2026

A Taranto una raffineria e un siderurgico soggetti alla direttiva Seveso, un Sito di interesse nazionale con metalli pesanti e diossine depositati nei suoli e nei fondali e una città di 188 mila abitanti occupano già lo stesso spazio. Il Comando Multinazionale Marittimo Nato per il Sud ne farebbe un obiettivo militare, e un colpo su quel punto innescherebbe una catena: serbatoi in fiamme, effetto domino sugli impianti contigui, mezzo secolo di veleni sollevati dal suolo e dilavati verso la falda e il mare. Ogni anello moltiplica il precedente, e il danno cresce in modo esponenziale. Nessuna di quelle tre soglie è stata calcolata per reggere la quarta.

I. Una porta, appunto

Il 7 settembre, dalla Stazione Navale di Taranto, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, ha annunciato che in città sta prendendo forma il nuovo Comando Multinazionale Marittimo per il Sud dell’Alleanza, a guida italiana, competente per il fianco meridionale e per il cosiddetto Mediterraneo allargato. Nelle sue parole Taranto sarebbe «un ponte naturale tra l’Europa e il Mediterraneo allargato», e il Mediterraneo un mare che è «sempre stato una porta».

Accogliamo la metafora e la prendiamo sul serio. Una porta si attraversa in due direzioni. Chi installa a Taranto il cervello operativo delle forze navali alleate sul fianco Sud ne fa il punto verso cui, in caso di conflitto, convergeranno le traiettorie di chiunque quel fianco voglia colpire. I comandi esistono per essere decapitati: la dottrina lo insegna al primo anno di accademia, e un ammiraglio lo sa meglio di chiunque altro.

Resta da guardare il luogo in cui si pretende di aprire quella porta.

II. La mappa che l’ammiraglio non ha mostrato

Nel territorio comunale di Taranto sono censiti due stabilimenti di soglia superiore ai sensi del decreto legislativo 105/2015, la norma che recepisce la direttiva Seveso III: il siderurgico ex Ilva sulla statale Appia e la raffineria Eni sulla statale Ionica. A questi si aggiunge, in soglia inferiore, la centrale termoelettrica a servizio dell’acciaieria. Parliamo del più grande impianto siderurgico d’Italia e del principale polo di distribuzione di prodotti petroliferi del Sud-Est, collegato per oleodotto ai giacimenti lucani della Val d’Agri e di Tempa Rossa.

La raffineria conta circa 130 serbatoi, un pontile di mille metri con quattro accosti per navi cisterna e un campo boe nel Mar Grande, collegato ai serbatoi da un oleodotto sottomarino. Per il greggio di Tempa Rossa sono in via di completamento due nuovi serbatoi, da 123 mila e 62 mila metri cubi, e il prolungamento del pontile. Nello stesso specchio d’acqua sorge la Stazione Navale da cui l’ammiraglio ha pronunciato il suo discorso. A ridosso dell’acciaieria vive il quartiere Tamburi, quasi sedicimila abitanti. La città intera ne conta circa 188 mila, e ogni giorno nell’area industriale lavorano circa dodicimila persone.

Aggiungiamo il dettaglio che gli opuscoli istituzionali relegano in fondo: Taranto figura tra i porti italiani destinati al transito e alla sosta di unità navali a propulsione nucleare, con un piano prefettizio di emergenza che, nell’ipotesi di incidente grave, contempla l’evacuazione della città. Un piano che esiste dal 1982 e che per anni è rimasto coperto dalla riservatezza militare.

Figura 1. Taranto: comando, impianti Seveso e Sito di interesse nazionale. Schema non in scala.

Questa è la mappa. Su questa mappa si propone di piantare una bandierina con la scritta «obiettivo prioritario».

III. La Seveso non prevede i missili

La disciplina sui rischi di incidente rilevante nasce dalla nube di diossina che nel 1976 investì Seveso e ragiona per scenari accidentali: la valvola che cede, l’errore umano, il fulmine, l’incendio che si propaga da un serbatoio all’altro. Per quest’ultimo caso il decreto 105/2015 conosce perfino una categoria apposita, l’effetto domino, e impone di valutare come un incidente in uno stabilimento possa innescarne altri negli impianti vicini.

L’intera architettura presuppone che nessuno voglia deliberatamente far saltare l’impianto. Rapporti di sicurezza, piani di emergenza esterna, distanze di pianificazione urbanistica sono calibrati sulla probabilità dell’evento fortuito. Nessun gestore calcola l’impatto di un missile da crociera su un parco serbatoi; nessuna prefettura dispone di un piano per l’incendio simultaneo di una raffineria e di un’acciaieria sotto attacco. Lo stesso decreto, all’articolo 2, esclude dal proprio campo di applicazione gli stabilimenti, gli impianti e i depositi militari, i pericoli connessi alle radiazioni ionizzanti e il trasporto marittimo di sostanze pericolose al di fuori degli stabilimenti. Le installazioni della Marina, le unità a propulsione nucleare e le navi in transito restano così fuori dal perimetro della Seveso e da ogni obbligo di informazione verso la popolazione.

Installare un comando Nato accanto a due stabilimenti di soglia superiore introduce nel sistema un innesco che la legge ha sempre ignorato: l’intenzione ostile. L’effetto domino smette di essere un’ipotesi da relazione tecnica e diventa un moltiplicatore tattico. Per un avversario che voglia paralizzare il fianco Sud, colpire il comando e il parco serbatoi nella stessa salva significa ottenere un disastro civile di proporzioni regionali al prezzo di pochi vettori.

La prova sta nel piano di emergenza esterna della raffineria, approvato dal Prefetto il 28 maggio 2025. Il documento definisce l’incidente rilevante come esito di sviluppi incontrollati durante l’attività dello stabilimento, colloca la zona di elevata letalità soltanto sul pontile e sul campo boe, cioè nel Mar Grande, e conclude che le aree di danno non raggiungono i centri abitati. Conclusione rassicurante, e corretta dentro il suo perimetro: un serbatoio che cede per corrosione resta un evento circoscritto. Un parco serbatoi colpito da una salva di missili esce da ogni tabella del piano, a cominciare dalla nube di anidride solforosa che lo stesso documento prevede fino a seicento metri dai serbatoi di greggio in fiamme.

IV. Il veleno sotto i piedi

La mappa ha un terzo strato, e sta sotto i piedi. L’intera area industriale ricade nel Sito di interesse nazionale di Taranto, individuato dalla legge 426 del 1998 e perimetrato con decreto ministeriale del 10 gennaio 2000: nella sua estensione originaria oltre 4.300 ettari a terra e circa 7.000 a mare, Mar Grande compreso. Il perimetro è stato ridisegnato con decreto del 20 dicembre 2024. La contaminazione è rimasta dove stava.

Un quarto di secolo di caratterizzazioni ha prodotto un inventario da manuale di tossicologia. Nei terreni attorno al siderurgico arsenico, piombo, vanadio, nichel e cromo. Nei sedimenti del Mar Piccolo, secondo i dati presentati da ISPRA, una contaminazione generalizzata da mercurio, zinco, rame e piombo, accompagnata da PCB e idrocarburi policiclici aromatici. Diossine e PCB sono entrati nella catena alimentare fino a imporre, nel 2010, il divieto di pascolo sui terreni incolti entro venti chilometri dall’area industriale, con circa duemila capi di bestiame abbattuti, e nel 2011 il divieto di allevare mitili nel primo seno del Mar Piccolo. Molte di queste sostanze figurano tra i cancerogeni certi per l’uomo nella classificazione dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro: l’arsenico, i PCB, il benzo[a]pirene, la diossina TCDD, i composti del nichel, il cromo nella forma esavalente.

Il conto sanitario è già stato presentato. Il Sesto Rapporto SENTIERI dell’Istituto superiore di sanità, relativo agli anni 2013-2017, registra nel sito di Taranto eccessi di mortalità in entrambi i generi per tutte le cause e per tutti i tumori maligni, con eccessi specifici per tumore del polmone e mesotelioma della pleura. E questo con i veleni fermi nel suolo, o mossi soltanto dal vento: nei wind days l’ARPA segnalava le polveri dei parchi minerali in volo verso i Tamburi, e il sindaco chiudeva le scuole del quartiere.

Ciò che il vento faceva in un pomeriggio, una testata esplosiva lo fa in un istante. L’esplosione solleva e polverizza il terreno contaminato; l’incendio degli idrocarburi porta in quota particolato, IPA e, in presenza di cloro, diossine di nuova formazione; le acque di spegnimento dilavano i suoli verso la falda e il mare. Un attacco su quest’area libererebbe insieme il contenuto dei serbatoi e mezzo secolo di contaminazione sedimentata, somministrando alla città una seconda dose di ciò che l’ha già fatta ammalare.

Il precedente, per ironia della storia, porta la firma dell’Alleanza. Nell’aprile 1999 i bombardamenti Nato colpirono la raffineria e il complesso petrolchimico di Pančevo, alle porte di Belgrado, città di circa centocinquantamila abitanti. La Task Force per i Balcani del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente la classificò tra i quattro punti critici della campagna aerea: dicloroetano e mercurio riversati verso il Danubio, decine di migliaia di tonnellate di prodotti petroliferi in fiamme, mentre a Kragujevac l’attacco alla fabbrica Zastava lasciava suoli contaminati da PCB e diossine. Tre anni dopo mercurio e PCB erano ancora nella falda di Pančevo.

Pančevo aveva una raffineria e un petrolchimico. Taranto ha una raffineria, la più grande acciaieria d’Italia e un Sito di interesse nazionale in attesa di bonifica da un quarto di secolo.

Figura 2. Tre rischi sovrapposti e lo scenario di attacco.

V. Altiforni spenti, serbatoi pieni

Qualcuno obietterà che il quadro sta cambiando. L’11 settembre la Corte d’appello di Milano ha respinto il ricorso di Acciaierie d’Italia e confermato lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre, affermando la prevalenza del diritto alla salute dei cittadini sul diritto d’impresa. È la certificazione giudiziaria di ciò che Taranto sapeva da decenni.

Uno spegnimento, però, apre un processo lungo. Un sito siderurgico in dismissione resta un deposito di gas, sostanze pericolose, parchi minerali e residui che nessuna sentenza fa evaporare in sei settimane. Accanto, la raffineria continua a ricevere, stoccare e spedire greggio. Il rischio industriale cambia forma e rimane al suo posto.

E c’è un contrappunto che merita di essere scritto per esteso. Nei giorni successivi all’annuncio del nuovo comando, circa 2.500 lavoratori dell’indotto ex Ilva sono scesi in sciopero contro i licenziamenti, bloccando le statali e il ponte girevole. A Taranto si spengono gli altiforni e si accende un comando militare. Alla città che chiede bonifiche, reddito e riconversione si consegna un bersaglio con la bandiera dell’Alleanza.

VI. Il diritto internazionale lo ha già scritto

Il primo Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra, ratificato dall’Italia con la legge 762 del 1985, all’articolo 58 impone alle parti di evitare, nella misura del possibile, di collocare obiettivi militari all’interno o in prossimità di zone densamente popolate, e di proteggere i civili dai pericoli delle operazioni militari. È una norma di precauzione che vincola chi difende prima ancora di chi attacca.

Lo stesso Protocollo, all’articolo 56, riserva una protezione speciale alle opere che contengono forze pericolose: dighe, argini, centrali nucleari per la produzione di energia elettrica. Raffinerie e acciaierie restano fuori dall’elenco. Un deposito di greggio adiacente a un comando navale rientra dunque, a tutti gli effetti del diritto bellico, tra i beni civili esposti al danno collaterale, pesato dall’avversario secondo il criterio di proporzionalità. Tradotto in lingua corrente: i Tamburi entrerebbero nel foglio di calcolo di uno stato maggiore straniero.

Collocare il comando a Taranto significa fare esattamente ciò che l’articolo 58 chiede di evitare, e farlo con piena consapevolezza.

VII. I precedenti hanno già un indirizzo

Chi liquida questi scenari come allarmismo pacifista rilegga la cronaca degli ultimi tre anni. Il 22 settembre 2023 un attacco missilistico ucraino ha colpito il quartier generale della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli: il comando navale come primo bersaglio, per definizione. Nel giugno 2025, durante la guerra tra Israele e Iran, un missile iraniano ha centrato la raffineria Bazan di Haifa, città che ospita la principale base della marina israeliana, uccidendo tre lavoratori. Per tutta la guerra russo-ucraina porti, terminal petroliferi e raffinerie sono stati colpiti con regolarità metodica, da Odessa a Novorossijsk.

Base navale, porto petrolifero, città densamente abitata: la combinazione ha già un posto fisso nei bollettini di guerra. Taranto chiede di restarne fuori.

VIII. Articolo 11, la domanda che nessuno ha posto

L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e consente limitazioni di sovranità soltanto in funzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. Un comando operativo per il «Mediterraneo allargato», formula elastica che si spinge fino al Sahel, al Mar Rosso e al Golfo, eccede qualunque lettura difensiva del Trattato atlantico e aggancia il territorio nazionale a teatri che nessuna assemblea elettiva ha discusso.

L’annuncio è arrivato per intervista e per discorso in una base militare. La città ne ha appreso dai giornali, nella settimana in cui migliaia di famiglie tarantine attendevano da Palazzo Chigi risposte sul proprio salario.

L’ammiraglio sostiene che chi investe in difesa lavora perché la guerra non arrivi mai. La frase suona bene in una sala ufficiali. Letta da un balcone dei Tamburi, con le ciminiere e i serbatoi all’orizzonte, suona come la garanzia che la guerra, se arriva, avrà già l’indirizzo.

IX. Che cosa chiediamo

Chiediamo al Governo la sospensione immediata di ogni atto preparatorio del Comando Multinazionale Marittimo per il Sud a Taranto e la sottoposizione della decisione a un voto esplicito del Parlamento, preceduto da una relazione pubblica sulla sua compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione e con l’articolo 58 del primo Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra.

Chiediamo alla Prefettura di Taranto e al Ministero dell’Ambiente una valutazione integrata dei rischi che consideri insieme gli stabilimenti Seveso, le installazioni militari e il transito di unità a propulsione nucleare, estesa agli scenari di attacco deliberato e alla rimobilitazione dei contaminanti del Sito di interesse nazionale, e la pubblicazione delle informazioni di interesse civile contenute nei relativi piani di emergenza.

Chiediamo al Consiglio comunale di Taranto e al Consiglio regionale della Puglia di pronunciarsi formalmente, e ai parlamentari eletti in Puglia di presentare atti di sindacato ispettivo su una scelta calata sulla città senza alcun confronto.

Chiediamo che le risorse destinate alla nuova struttura siano dirottate sulla bonifica del Sito di interesse nazionale di Taranto e alla tutela dei lavoratori dell’ex Ilva e del suo indotto.

Gino Strada, che la guerra l’aveva guardata dal tavolo operatorio, ripeteva che ogni guerra ha una costante: nove vittime su dieci sono civili. Lo aveva verificato sulle cartelle cliniche di circa milleduecento pazienti del suo ospedale di Kabul, dove meno del 10% risultava presumibilmente militare. Da Gaza all’Ucraina la cronaca continua a riempire quella statistica, in aperto dispregio delle Convenzioni di Ginevra e del primo Protocollo addizionale, che all’articolo 48 impongono di distinguere in ogni momento i combattenti dalla popolazione civile. Chi installa un comando navale fra una raffineria, un’acciaieria e un Sito di interesse nazionale sa già in quale colonna di quella statistica verrebbero scritti i tarantini.

Taranto ha già pagato l’acciaio con i polmoni dei suoi figli. Il conto della guerra non lo firmerà.

Antonella Reina

Roberto Dammicco

Fonti essenziali

Dichiarazioni dell’amm. Cavo Dragone alla Stazione Navale di Taranto e intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno: ANSA Puglia, Quotidiano del Sud, Infodifesa, 7-8 settembre 2026.

Stabilimenti a rischio di incidente rilevante, serbatoi, pontile, campo boe e dati demografici: Prefettura di Taranto, Piano di emergenza esterna della Raffineria Eni, documento di consultazione della popolazione (aprile 2025) e comunicato di approvazione del 28 maggio 2025.

D.Lgs. 26 giugno 2015, n. 105, art. 2, comma 2, lettere a), b), c) e art. 3, lett. o) (testo pubblicato da ISPRA).

Piano di emergenza per unità navali a propulsione nucleare nel porto di Taranto: documentazione PeaceLink; Vita.it.

Chiusura dell’area a caldo ex Ilva e sciopero dell’indotto: Il Post, 11 e 14 settembre 2026; Il Fatto Quotidiano e Primocanale, 12-14 settembre 2026.

Sito di interesse nazionale di Taranto: L. 9 dicembre 1998, n. 426; D.M. 10 gennaio 2000; D.M. 20 dicembre 2024 di riperimetrazione (Camera dei deputati, dossier Bonifiche); scheda del Commissario straordinario per le bonifiche (Regione Puglia, 2017); ARPA Puglia, Indicatori ambientali 2022; ISPRA, caratterizzazione dei sedimenti del Mar Piccolo; Avvenire, 4 luglio 2023; Legambiente Taranto, ordinanze di divieto di pascolo (2010) e di mitilicoltura (2011).

Istituto superiore di sanità, Sesto Rapporto SENTIERI (Epidemiologia & Prevenzione, 2023), sezione Taranto; wind days e chiusura delle scuole dei Tamburi: Il Sole 24 Ore, La Gazzetta del Mezzogiorno, 2017-2018.

Bombardamenti di Pančevo e Kragujevac, 1999: UNEP/Balkans Task Force, sintesi in Consiglio d’Europa, The environmental consequences of the Kosovo conflict; conferenza stampa ONU del 15 ottobre 1999; RFE/RL, 7 maggio 2002.

Gino Strada, discorso per il Right Livelihood Award, Stoccolma 2015, ripubblicato come «Aboliamo insieme la guerra» da Avvenire, 12 agosto 2021; intervento alla Festa di Scienza e Filosofia, 2018.

Primo Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra (1977), artt. 48, 56 e 58; legge 11 dicembre 1985, n. 762. Costituzione della Repubblica italiana, art. 11.

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