La Nota dei vescovi del 5 dicembre 2025

Credits: fig.1 logo del coordinamento StopRearmEurope https://stoprearmitalia.it/ Fig.2 Fra’ Cristoforo e Don Rodrigo
In continuità con il nostro precedente articolo sulla pericolosa rinnovata corsa al riarmo da parte dell’UE e sul rischio concreto di una esclation nucleare, segnaliamo un coraggioso documento dei vescovi italiani, approvato il 19 novembre 2025 ad Assisi e pubblicato due giorni fa (5 dicembre) con una prefazione di Mons. Ruppi.
https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2025/12/05/NotaPastorale_EducarePace.pdf
L’espressione chiave, ripresa da Leone XIV, è “pace disarmata e disarmante”: una pace che rifiuta la logica delle armi, ma anche quella del “pacifismo di facciata” che non mette in discussione strutture di ingiustizia.
La Nota si struttura in tre passi:
1. Lettura del contesto storico (“l’oggi e la storia”).
2. Rilettura biblica e magisteriale della pace.
3. Piste concrete di azione e di educazione.
In questo articolo ci soffermiamo maggiormente sui punti 1. e 3. rinviando alla lettura integrale del documento per gli aspetti più teologici
1. a) Critica all’ordine mondiale post-1989 e agli interventi “umanitari”
Nella sezione “L’oggi e la storia” la Nota afferma:
• che dopo il 1989 si è consolidato un modello di globalizzazione neoliberale
che ha promesso progresso attraverso mercato, diritti e democrazia automatica;
• che questo modello ha però generato diseguaglianze profonde, instabilità e crisi;
• che molti interventi internazionali sono stati giustificati con retoriche umanitarie o democratiche ma hanno prodotto nuove forme di violenza e destabilizzazione.
Il testo dice infatti che il paradigma post-1989 ha giustificato l’uso della forza per “esportare pace o democrazia”, mostrando limiti strutturali e portando a fallimenti evidenti.
b) Riferimenti espliciti ai Balcani, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria
La Nota elenca effettivamente una serie di guerre del periodo 1991–oggi per mostrare la continuità del paradigma bellico post-Guerra Fredda:
• i conflitti nei Balcani negli anni ’90;
• le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (2003);
• gli interventi in Libia (2011) e il conflitto siriano (dal 2011),
• fino alla guerra in Ucraina.
Questi esempi sono utilizzati per mostrare che l’idea di un ordine pacificato dopo il 1989 era illusoria. Le guerre degli ultimi trent’anni — dai Balcani alla Siria — non sono eccezioni, ma il prodotto di un ordine che si è legittimato anche attraverso l’uso “umanitario” della forza.
c) La crisi del 2008
La Nota collega la crisi finanziaria globale del 2008:
• alla fragilità del modello neoliberale,
• all’aumento drammatico delle diseguaglianze,• al venir meno delle condizioni di coesione sociale e di stabilità internazionale.
La crisi del 2008 ha fatto crollare l’altra grande illusione: che la finanza globale generasse benessere per tutti. Ha prodotto invece precarietà, sfiducia, polarizzazione. Il testo afferma che la globalizzazione finanziaria ha prodotto un’economia instabile e ingiusta, con effetti politici di lungo periodo.
Il documento, dunque, mette a nudo un nodo fondamentale: la pace non è compatibile con questo sistema economico, sociale e politico e dice in modo chiaro ciò che la politica evita: la promessa della globalizzazione neoliberista è fallita. Il mondo che avrebbe dovuto pacificarsi con mercati aperti e diritti universali è diventato più diseguale, più fragile e più esposto alla guerra. Non è un dettaglio: è la contraddizione strutturale del nostro tempo.
In questo quadro, la corsa al riarmo — nazionale ed europeo — appare per quello che è: una risposta che ignora le cause reali dell’insicurezza e ne alimenta di nuove. Si tagliano welfare, scuola e diritti, mentre si aumentano le spese militari. È un sistema che parla di pace e investe in armi: una contraddizione che la Nota mette chiaramente in evidenza.
2. Nella terza parte – piste concrete di azione ed educazione – è presente un forte appello che scaturisce dall’analisi: non possiamo delegare la pace a governi che investono nel riarmo, né limitarci a invocarla come formula rituale. La CEI, con chiarezza, afferma che la guerra non è più accettabile come strumento politico e che la pace va costruita togliendo legittimità alla violenza, regolando il commercio di armi, orientando gli investimenti, rilanciando l’obiezione di coscienza e un servizio civile universale.
La Nota CEI propone un percorso operativo molto concreto. Innanzitutto invita le comunità cristiane a diventare veri “artigiani di pace”, capaci di educare alla nonviolenza, mediare i conflitti, accogliere chi è escluso e costruire legami di cura. La pace, però, è un compito che va condiviso da Chiesa, famiglie e scuole. La Chiesa è chiamata a farne un asse stabile della vita pastorale; la famiglia a essere la prima palestra di fraternità; la scuola a formare cittadini critici, capaci di leggere la storia come percorso di conflitti e riconciliazioni e di orientarsi nel digitale senza cadere nella violenza simbolica.
Al centro c’è un triplice movimento: delegittimare la violenza, rifiutando ogni discriminazione e ingiustizia; delegittimare la logica amico/nemico, preferendo negoziato, patti e giustizia riparativa; delegittimare la guerra, riconoscendo che oggi ogni conflitto armato è sproporzionato e incompatibile con la tutela della vita.
Da qui derivano scelte politiche ed economiche precise: ridurre le diseguaglianze, rafforzare la democrazia inclusiva, riformare il multilateralismo e l’ONU, regolamentare in modo rigoroso l’export di armi e gli investimenti, riconoscere l’obiezione di coscienza professionale e bancaria, creare un’agenzia europea per il controllo dell’industria bellica. La Nota rilancia con forza la difesa non armata, proponendo un servizio civile obbligatorio per tutti, e invita a ripensare anche la presenza ecclesiale nelle Forze armate alla luce di una “spiritualità della pace”.
Infine, estende la responsabilità alla rete, alla terra e al dialogo tra religioni: vanno contrastate manipolazioni digitali, superata la “guerra contro la natura” e intensificati i percorsi di riconciliazione nel Mediterraneo. Il messaggio conclusivo della Nota CEI è chiaro: siamo ad un punto di non ritorno, continuare come prima non è più possibile. La pace non si invoca, si prepara attraverso scelte coerenti che disarmano cuori, parole e strutture. Non si tratta di un compito per specialisti: è una responsabilità civile collettiva, che chiama credenti e non credenti a uscire dall’indifferenza.
Riferimenti:
https://www.chiesacattolica.it/nota-pastorale-educare-a-una-pace-disarmata-e-
disarmante/ (la nota della CEI)
https://stoprearm.org/wp-content/uploads/2025/11/SRE-Letter2MEPs2025_Final.pdf (Over 800 organisations call Euro-parliamentarians to move the money from war to peace)
https://ilmanifesto.it/il-vescovo-giovanni-ricchiuti-la-cei-allopposizione-del-governo-
italiano-e-dellue (Intervista Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo»)
https://www.paxchristi.it/?p=30605 Per una Chiesa che faccia pace (L’articolo sostiene che la nuova CEI, con la sua “Nota per la pace”, può diventare l’avvio di una Chiesa-laboratorio civile a patto che parole come pace, dialogo e fraternità si trasformino in azioni concrete di disarmo, giustizia, inclusione sociale e nuovo protagonismo civico)
Questioni aperte
La Nota CEI indica un orizzonte prezioso, ma pone anche degli interrogativi: come trasformare un appello educativo di carattere morale in scelte politiche capaci di incidere sulle disuguaglianze e sulle strutture che alimentano i conflitti? In che modo la Chiesa, che invita le comunità a diventare “case di pace”, può rileggere criticamente i propri legami storici con istituzioni militari e logiche di potere? E ancora: come tenere insieme la condanna profetica della guerra con il diritto dei popoli aggrediti alla difesa e con modelli praticabili di protezione civile nonviolenta? Se si denuncia l’economia di guerra, quali percorsi reali di riconversione industriale si è disposti a sostenere? Il richiamo al multilateralismo potrà diventare concreto senza una riflessione sulle riforme necessarie dell’ONU? E quale forma potrebbe assumere, in Italia, una difesa civile non armata che non resti solo ideale, ma che si inveri in posizioni coraggiose del nostro governo? Stiamo davvero mettendo in relazione la pace con la giustizia sociale, la transizione ecologica e la cura del pianeta? Sappiamo riconoscere e correggere i linguaggi d’odio anche quando nascono dentro le nostre stesse comunità? Perché nella Nota non si fa alcun accenno alla guerra in Palestina e alla politica genocida di Israele?
Quale ruolo potrà avere come comunità educante una scuola sempre più vessata da logiche burocratiche competitive e militarizzate? Infine: forse la coraggiosa Nota potrà diventare un processo di pace e non solo un documento se si sapranno costruire convergenze chiare e trasparenti tra Chiesa, istituzioni politiche e società civile.
Sono domande aperte. Domande esigenti. Domande che dicono che la pace, per esistere davvero, deve ancora trovare le sue strade praticabili, anche se il primo irrinunciabile passo è sicuramente un forte e chiaro NO all’economia di guerra, alle politiche del riarmo e alla proliferazione delle armi nucleari.
Bari, 7/12/2025
Antonella Reina per Comitato Articolo 11
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