Dal forum delle giornaliste del mediterraneo: donne non violente in lotta intessono fili di pace

Infocidio e silenzio. la distorsione mediatica dalla cancellazione del “prima” al genocidio a “lento rilascio”: come la verità viene manipolata e perché non possiamo smettere di parlare.

Quando i governi sono impegnati nel riarmo e nel cercare il casus belli a tutti i costi, la pace bisogna costruirla dal basso, non solo prendendo posizione e smascherando le menzogne, ma aprendo spazi di incontro e dialogo che utilizzino un linguaggio veritiero per costruire un tessuto sociale e politico diverso. 

In questo ambito si colloca uno dei tasselli nella lotta contro la normalizzazione della violenza, il Forum delle giornaliste del Mediterraneo, tenutosi fra Bari e Lecce dal 25 al 28 novembre. Nei panel iniziali, dai titoli “DISARMATE. DISARMANTI. DONNE NON VIOLENTE IN LOTTA” e “SILENZIARE LA VERITA’: LA STRAGE DI GIORNALISTI IN PALESTINA”, il Forum ha cercato di affrontare questo “mondo disfunzionale” opponendosi alla logica del più forte innanzitutto attraverso il linguaggio e l’informazione, sostenendo che una lotta intrinsecamente pacifista inizia dal cambiare il mondo con le parole e dal creare reti che si sostituiscano al diritto internazionale messo in crisi da chi gestisce il potere. La visione di genere parte del presupposto che le donne (se non allineate con gli interessi politico-economici) possano riuscire a trovare la logica per costruire un mondo diverso, attraverso la ricerca di ciò che unisce anziché ciò che divide, il che significa superare i confini e le barriere di qualunque tipo, da quelle teoriche fra gli studi di carattere psicosociale, formativo e comunicativo alle relazioni sociali, per arrivare più in là, a quei confini innaturali dell’umanità spesso all’origine delle guerre. Il ruolo delle donne nei processi di pace è fra l’altro riconosciuto dall’ONU con la risoluzione 1325 e già si stanno mettendo in atto “migliori pratiche” a tali fini. Infatti visione di genere significa anche lavoro di “cura” (e non di servizio), un modello di azioni positive, concrete, che è attenzione agli altri, il contrario del modello patriarcale che va verso l’annullamento dell’altro. E’ una rivoluzione necessaria, ineludibile per mettere fine allo Stato-Creonte in cui il potere è abuso e la libertà di coscienza è condannata a morte. E per avere libertà di coscienza è necessario avere accesso alla verità, è necessario un giornalismo alternativo alla visione del potere perché non prevalga la propaganda. 

La “post-verità”

Il momento è critico in quanto esiste una verità precostituita che soffoca la possibilità alla verità reale di affermarsi e non è raro che nei mezzi di informazione le menzogne vengano sparate ad alto volume, mentre le smentite e le verità restano in sordina. E’ una forma di violenza che passa attraverso parole, immagini e algoritmi per ottenere quella normalizzazione dell’odio che fa comodo ai poteri. In opposizione ad essa bisogna costruire alleanze larghe tra tutti i soggetti che difendono l’informazione e la parità di genere, usando come armi proprio le parole, strumento di lavoro dei giornalisti, perché “ciò che non si nomina non esiste”. Ma a tal fine bisogna anche usare le parole corrette.

E con parole chiare e precise si è espressa l’ambasciatrice palestinese Mona Abuamara, affermando che il divieto di ingresso dei giornalisti internazionali a Gaza e l’ uccisione di quelli locali è una strategia precisa, ma è anche la confessione che ciò che accade a Gaza “non sopravvive alla luce”. E’ il modo in cui Israele vuole spegnere impunemente la storia e lo fa utilizzando uno dei trucchi più antichi del mondo: identificare l’intero popolo palestinese con Hamas. L’etichetta di terrorista arriva prima ancora della notizia dell’operativo in cui viene ucciso un giornalista e diventa veicolo di paura e disinformazione per cancellare il diritto alla vita dei palestinesi. Nel paradosso disfunzionale, tutto ciò si estende anche alla Cisgiordania, dove i reporter affrontano una minaccia non meno violenta, essendo aggrediti ed espulsi dai coloni protetti dall’idf, che distruggono le loro attrezzature e i loro veicoli, eliminando così i testimoni della pulizia etnica e dell’apartheid (“se il mondo non lo sa, non esiste”). 

Tale strategia deliberata, volta a rendere accettabili per l’opinione pubblica mondiale i crimini di Israele, è precedente al 7 ottobre 2023: la giornalista di fama internazionale Shireen Abu Akleh, fra l’altro cristiana, fu uccisa nel 2022 a Jenin, colpita mentre era in piedi e perfettamente riconoscibile da elmetto e giubotto con la scritta PRESS. La sua uccisione è stato un messaggio intimidatorio verso chi vuole far conoscere la verità. Ma i testimoni non muoiono: divengono storia. E forse per questo, se non li elimina, Israele cerca di piegarli e farli scomparire nell’inferno delle carceri, dove la violenza sui corpi delle donne (enon solo) diventa violazione anche del diritto internazionale. E il silenzio delle organizzazioni internazionali di giornalismo, che hanno scelto la cautela invece della chiarezza, è uno dei dolori più profondi, perché il silenzio non è mai neutralità, ma complicità.

Ovviamente la complicità peggiore è quella della copertura mediatica occidentale, che protegge Israele con la retorica di “entrambe le parti” e ripetendo notizie non verificate, mentre i palestinesi filmano la fame e i bombardamenti, cioè le prove della verità. Della quale Israele ha paura perché espone i miti che ha usato per giustificare l’occupazione e smantella la sua narrativa. Proprio per questo i giornalisti devono continuare a parlare, perché il silenzio è l’unica vera morte: un mondo che uccide i giornalisti è un mondo che si prepara a una grande oscurità e nell’oscurità muore la democrazia.

In questo mondo in cui le notizie si rincorrono sempre più veloci, il genocidio cammuffato da guerra sta cambiando anche le caratteristiche del giornalismo, che non è più la caccia allo scoopo il sensazionalismo, ma riporta la testimonianza quotidiana delle violenze di ogni genere, che i giornalisti palestinesi vivono da attivisti, come quando nel buio delle macerie di Gaza hanno datola notizia del cessate il fuoco a chi era stato tagliato fuori dai più comuni mezzi di comunicazione, e purtroppo anche da protagonisti, come il giornalista ucciso 15 minuti dopo la nascita della propria figlia. Materialmente genocidio e “infocidio” si fondono. 

“Infocidio” e verità

L’uccisione dei giornalisti è solo il più evidente dei modi in cui si cerca di silenziare la verità, ma per occultarla o camuffarla la propaganda usa diversi espedienti:

– cambiamento semantico: per esempio l’uso falsato di termini come “umanitario” e “carestia”, quest’ultima divenuta arma di guerra spacciata per fenomeno naturale. 

– distorsione grammaticale: i palestinesi “muoiono”, gli israeliani “vengono uccisi”: così si esalta il ruolo di vittima di questi ultimi e li si alleggerisce dalle responsabilità. Ma anche se si usa il passivo”palestinesi uccisi”, non si precisa il complemento d’agente: da chi sono uccisi i palestinesi? Una forma verbale diventa arma linguistica dell’oppressione.

– cancellazione del “prima”, cioè della storia e delle cause: tutto si fa iniziare dal 7 ottobre, cancellando l’enorme parte sommersa dell’iceberg di fatti avvenuti fino al giorno precedente, quando per esempio apparivano nei giornali, anche israeliani, le interviste a cecchini che sparavano alle ginocchia dei palestinesi e uno di loro si vantava di averne contate 42. Ignorare il prima è il metodo con cui ogni colonizzazione di insediamento non solo cancella la storia e la cultura del popolo preesistente, ma ribalta le responsabilità facendole ricadere sugli oppressi, come avvenne negli Stati Uniti prima per i nativi e poi per i discendenti degli schiavi africani, colpevoli di essere le vittime.

– negazione totale: la complicità europea è a ogni livello quella del negazionista consapevole e contro la negazione l’unica arma è ricordare i decenni di occupazione e ingiustizia. 

Il genocidio porta i giornalisti palestinesi a riflettere su esperienze nuove, su cosa vuol dire essere sopravvissuti e cosa sono la vita e la morte, divise da un confine invisibile quando le persone ammassate intorno a un ospedale, sperando di ricevere cure per sopravvivere, sono allo stesso tempo bersaglio dell’Idf. Raccontare il genocidio passa per alcune parole che risuonano come bombe, come “starvation”, l’inedia e la penuria come arma di sterminio, che dilata al massimo i tempi di ciò che dovrebbe essere normale,come procurarsi pane o medicine per i figli; passa per il rischio di chi corre per acchiappare gli aiuti umanitari lanciati dal cielo, altro modo per umiliare un popolo senza neanche sporcarsi le mani con le armi. Passa per i corpi delle persone stese sui pavimenti degli ospedali in attesa di cure o morte. E passa per dare alle cose il giusto nome: il falso “cessate il fuoco” è costato la vita a centinaia di palestinesi.

Genocidio permanente

Oltre alle uccisioni dirette, c’è anche un genocidio “a lento rilascio” attraverso la finzione degli aiuti umanitari, perché Israele li permette in quantità insufficienti proibendo:

– proteine e cibi freschi e nutrienti: entra quasi esclusivamentecibo spazzatura come patatine fritte, dolci industriali e Coca Cola. In tal modo chi stava per morire di fame, con questi cibi si gonfia e appare persino grasso, ma non è certamente in buona salute.

– abbigliamento adeguato a proteggersi dal freddo per chi è costretto a vivere in tenda, essendo distrutte tutte le città della Striscia, mettendo la popolazione a rischio di malattie.

– prodotti di igiene personale, in modo da far diffondere epidemie.

Con tutte queste carenze, la mancanza di mezzi di trasporto obbliga inoltre a logoranti cammini anche di diversi chilometri a piedi per sfuggire alle bombe o cercare cibo. 

Le conseguenze di questo genocidio cammuffato da guerra sono di tanti tipi, naturalmente peggiori sui bambini che muoiono o restano invalidi in grandi quantità e inoltre:

– da tre anni non frequentano le scuole, perché a Gaza, dove si era raggiunto uno dei più alti livelli di di istruzione, sono state distrutte scuole e università insieme al diritto allo studio (genocidio culturale)

– vivono doppiamente la paura, perché anche gli adulti ne hanno. Si diffonde così la piaga dei problemi di salute mentale per i traumi: etichettati fin da piccoli come persone inutili o animali, costretti ai limiti della sopravvivenza in una striscia di terra che rappresentava il proprio mondo (visto che era impossibile uscirne) e che oggi è quasi completamente distrutta, lasciati soli ad affrontare perdite e separazioni, i bambini subiscono anche ferite psicologiche difficili da sanare. 

E contro la paura, il sentimento che più attanaglia, l’unico antidoto è la solidarietà: non sarà la soluzione dei problemi, ma aiuta a gestirla. Perciò sono state importanti le enormi manifestazioni tenutesi in tutto il mondo, che hanno fatto sentire ai palestinesi il sostegno e la vicinanza dei popoli e hanno restituito un briciolo di speranza in questa “situazione complessa” (altra espressione dei mezzi di comunicazione, che però rappresenta solo unasemplificazione per lavarsi le coscienze piuttosto che riconoscere un anacronistico e quanto mai violento colonialismo di sostituzione etnica). In effetti è difficile pensare a una soluzione, è difficile essere ottimisti, ma vale la pena provarci, anche per scongiurare che ciò succeda altrove nel mondo: le guerre vanno raccontate, perché se si spengono i riflettori sulle guerre, le guerre spengono il futuro.

Questo articolo riprende liberamente gli interventi della mattinata inaugurale del Forum. 

Riferimento: https://www.giornaliste.org/ (Accedendo da questo link è possibile seguire l’intero Forum su YouTube)

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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)

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