Il corollario Monroe

Il 4 dicembre Trump ha pubblicato la National Security Strategy (NSS) del 2025, un documento che rappresenta «una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia umana e la patria della libertà sulla terra». Scritto con il linguaggio a cui Trump ci sta abituando, più che prevedere la difesa dei confini nazionali li proietta sull’intero continente americano, non celando ma anzi sbandierando di star reinterpretando la dottrina Monroe a proprio uso e consumo, adattandola ai tempi e agli armamenti moderni.  

La Dottrina Monroe originale (1823) si opponeva alla presenza coloniale europea nelle Americhe, considerate il “giardino di casa” degli Stati Uniti. Da allora, oltre ad aver strappato al Messico il 55% dei territori, gli Stati Uniti hanno condotto una politica di ingerenza a tutti i livelli nel continente, intervenendo direttamente o indirettamente nelle scelte politiche dei paesi latinoamericani, con colpi di stato, protezione e vendita di armi ai dittatori, addestramento di eserciti alla repressione interna, finanziamento e sostegno alla controinsurrezione e a gruppi paramilitari, anche nella pseudo-lotta al narcotraffico (nel 1994, durante il Plan Colombia, questa risultò il paese più violento del mondo), e installazione di basi militari nei paesi condiscendenti. Prima cercavano di tenere segrete queste operazioni o di giustificarle come difesa della democrazia, ora Trump getta la maschera e non nasconde di aspirare al dominio diretto, volto soprattutto a impossessarsi delle risorse che considera già proprie, per destinarle al proprio sviluppo industriale, ed escludere i concorrenti (principalmente Cina ed Europa). A tale scopo ha già iniziato l’adeguamento e la ricollocazione delle forze armate e delle basi militari: se congiungiamo con linee i punti in cui la presenza militare USA è già una realtà (e anche molto aggressiva nel caso del Venezuela), vedremo che il continente è ormai circondato. Il cosiddetto emisfero diventa un perimetro di sicurezza esteso, in cui la sovranità nazionale resta un privilegio solo degli Stati Uniti.

IL NUOVO COROLLARIO MONROE: IL PIANO DI TRUMP PER DOMINARE L’AMERICA LATINA

di Telma Luzzani

07 Dicembre  2025

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 (SSN) rivela il progetto di Washington di reinstallare la sua supremazia globale e trasformare l’America latina in una zona di subordinazione strategica. Il documento, che resuscita la dottrina Monroe sotto il marchio trumpiano, prospetta un’avanzata militare, diplomatica ed economica sulla regione che mostra già i primi segni in Argentina, Ecuador, Perù e Caraibi.

Il governo di Donald Trump ha appena fatto conoscere il suo piano per far recuperare agli Stati Uniti il proprio posto dominante nel mondo. Sa che non può avere l’egemonia totale, ma chiarisce che non si accontenterà di niente di meno che essere primus inter pares.

«Non possiamo permettere che qualche nazione sia così dominante da poter minacciare i nostri interessi», dice la Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, un documento che getta le basi e annuncia le principali azioni dell’impero, per tutto il pianeta, nei prossimi anni.

Il nuovo piano si occupa largamente di Cina, Russia e altri paesi, ma non c’è il minimo dubbio che l’America latina sia il suo spazio vitale e, pertanto, il suo principale obiettivo strategico. A differenza dei governi precedenti (sia democratici che repubblicani), Trump non finge diplomazia e lo esprime in modo crudo: «Ci imporremo nella regione dove e quando ne avremo bisogno».

Questa nuova fase continentale ha un titolo eloquente: il Corollario Trump della Dottrina Monroe. «Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ristabilire la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale e proteggere il nostro territorio nazionale, ma anche per avere accesso a zone geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non-emisferici la capacità di posizionare forze o altre minacce o di possedere o controllare beni strategicamente vitali, nel nostro emisfero. Questo “Corollario Trump” della Dottrina Monroe è la potente e logica restaurazione del nostro potere e delle nostre priorità in funzione dei nostri interessi di sicurezza».

Sebbene alluda alla diplomazia e al potere blando (“soft power”), non ci sono dubbi che pensi di arrivare all’obiettivo attraverso la pressione delle armi e a tal fine la Casa Bianca sta “riconsiderando la presenza militare nell’Emisfero Occidentale” (come scorrettamente definiscono l’America latina).

La riformattazione militare (che il documento SSN chiama “Preparare ed espandere”) è già in marcia da mesi. Tutti i paesi subiscono le molestie imperiali e nella maggior parte dei casi si sottomettono. Argentina, Ecuador e Perù sono in testa.

Argentina, solo per fare un esempio. A ottobre, per decreto 697/2025, Javier Milei ha autorizzato l’entrata di truppe statunitensi per realizzare esercitazioni a Mar del Plata, Puerto Belgrano e Ushuaia, tre punti-chiave del Sudamerica. Ad agosto il Corpo dei Marines e la Brigata di Fanteria della Marina Australe dell’Armata Argentina hanno realizzato manovre a Ushuaia, una zona dove gli Stati Uniti possono accedere alla base come se fosse propria. 

La stessa cosa succede con il presidente equatoriano Daniel Noboa, che ha dato via libera non solo al Pentagono, ma anche ai mercenari della temibile impresa Academi (ex Blackwater) per insediarsi nel territorio dell’Equador. Blackwater è accusato di massacrare civili in Iraq e Afghanistan. I mercenari implicati in questi crimini sono stati condannati al carcere, ma poi sono stati amnistiati da Trump.

Il Congresso del Perù ha appena autorizzato la presenza del Pentagono nel proprio territorio durante tutto il 2026. E la militarizzazione dei Caraibi è del resto conosciuta. Oltre a un’enorme forza navale in acque caraibiche, a novembre, militari nordamericani si sono installati nelle basi aeree di San Isidro e Aeroporto internazionale della Repubblica Dominicana e a Trinidad e Tobago. Quest’ultima isola si trova ad appena 11 chilometri dalla costa venezuelana. Lì il Pentagono ha collocato un radar. Il Primo Ministro Kamla Persad Bissessar ha ammesso: «Sì, ci sono marines, ci stanno aiutando a migliorare la vigilanza e l’intelligence per combattere il narcotraffico».

Se si scorre il testo della Strategia di Sicurezza Nazionale 2025, si capisce con chiarezza che la lotta al narcotraffico non è altro che una favola per ingenui: gli Stati Uniti hanno già deciso il loro progetto di dominio totale per la Nostra America.

Nei capitoli in cui la Casa Bianca spiega i piani sulla nostra regione non ci sono ambiguità. Parafrasando Bush figlio (quando dopo gli attentati dell’11 settembre minacciò: «O state con noi o state con i terroristi»), Trump ha avvertito: «La scelta che deve affrontare tutta la regione è se vuole vivere in un mondo di paesi sovrani a economie libere diretto dagli Stati Uniti o in uno parallelo in cui siano influenzati da paesi dell’altro lato del mondo».

Il resto del mondo

La SSN comincia -come ogni testo di Trump- con sperticati auto-elogi: «Abbiamo salvato il mondo dalla catastrofe» o «Nessun paese nella storia ha ottenuto cambiamenti così drastici in così poco tempo» (non specifica se questi cambiamenti siano stati buoni o cattivi).

Sempre in tono iperbolico, elenca quelli che considera i suoi principali risultati: sradicare la “follia woke” (o progressismo); combattere l’immigrazione; riuscire a “far finire 8 guerre in 8 mesi”; distruggere la capacità nucleare dell’Iran con il bombardamento “Martello di mezzanotte” e -la cosa più importante- cambiare gli ideali e la struttura delle Forze Armate degli Stati Uniti.

Con la prepotenza di un imperatore condanna all’ostracismo l’idea del cambiamento climatico e delle “emissioni zero”. Stabilisce, inoltre, come obiettivi da distruggere: l’influenza straniera ostile, la “propaganda distruttiva e le operazioni di influenza”, la sovversione culturale o qualsiasi altra minaccia per la nazione. Trump viene per fare tabula rasa e ripartire da zero. Perciò non esita a ripudiare il “globalismo e il cosiddetto libero scambio che hanno svuotato la classe media e la base industriale”, cui hanno dato impulso tutti i governi statunitensi a partire dal collasso della loro rivale di allora, l’Unione Sovietica, e dalla fine della Guerra Fredda.

Inoltre critica fortemente le misure adottate dai suoi predecessori in relazione alla Cina: «Sono più di trent’anni di ipotesi sbagliate: 1. aprire i nostri mercati alla Cina. 2. incoraggiare le imprese statunitensi a investire in Cina. 3. subappaltare la nostra produzione. La Cina si è arricchita ed è diventata potente e ha utilizzato la sua ricchezza e il suo potere a suo stesso vantaggio», dice il testo della SSN.

Gli atti di bullismo del magnate-presidente nascondono più insicurezze che certezze. Nel testo, Trump critica i suoi predecessori per aver preteso più di quanto potessero e aver sognato un dominio illimitato. «Bisogna sapere che cosa si vuole, calcolare se si hanno gli strumenti per ottenerlo e tracciare un piano realista». In questo quadro, sembrerebbe che il presidente degli Stati Uniti pensi a una ridistribuzione delle zone -di influenza?- del mondo secondo gli attuali bilanci e forze. Gli Stati Uniti si autoassegnano l’impero sulla nostra zona.

Le domande sono, dunque, se Trump ha tenuto conto della storica resistenza dei popoli latinoamericani, se il caos interno che attraversa il suo paese si riordinerà dietro gli slogan che lui propone e, soprattutto, se non sarà già troppo tardi per evitare la decadenza.

Telma Luzzani, EL DESTAPE

Telma Luzzani è una figura di spicco nel giornalismo e nell’analisi della politica internazionale in Argentina, con oltre 35 anni di carriera. Ha lavorato per importanti quotidiani (Página 12, Tiempo Argentino e Clarín); è stata conduttrice di Voci dal Mondo in Sputniknews e nel pluripremiato programma di VISION 7 INTERNACIONAL trasmesso da TV Pública. Ha scritto molti libri, fra cui i più conosciuti sono “Todo lo que necesitás saber sobre la Guerra Fría” (2019); “Territorios vigilados. Cómo opera la red de bases militares norteamericanas en Sudamérica” (Premio Libertador al Pensamiento Crítico 2012); “Venezuela y la revolución” (2008), nessuno dei quali è stato tradotto in italiano.Ha ricevuto diversi premi per la sua carriera, tra cui il Premio a la Cultura Arturo Jauretche (2016) e l’Hrant Dink del Consiglio Nazionale Armeno (2012).

Condividi!

DONA IL TUO 5x1000

Al Comitato “Art.11 – L’Italia ripudia la guerra – OdV”
Un gesto gratuito che dà voce alla pace.

Codice Fiscale da inserire: 93564420722
MAGGIORI INFO
Come fare: Firma nel riquadro "Sostegno degli Enti del Terzo Settore" e inserisci il nostro codice fiscale.

Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto