Il fronte della pirateria e del brigantaggio in America Latina [Parte 2]

Parte II

IL CONTESTO LATINOAMERICANO

Non sappiamo quale potrebbe essere l’esito dell’invasione americana: Cuba potrebbe diventare un secondo Vietnam o un secondo Venezuela, ma possiamo ipotizzare quale sarebbe il futuro dei cubani sotto il dominio degli Stati Uniti, che per prima cosa si riprenderanno ogni struttura produttiva, estrattiva e anche abitativa.

A modello c’è, lì di fronte, Haiti, strettamente connessa economicamente e militarmente agli Stati Uniti, che dirigono e finanziano la forza multinazionale “Gang Suppression Force” autorizzata a condurre operazioni di intelligence e di soppressione delle bande criminali. Nel primo trimestre dell’anno, Haiti ha registrato 1.642 morti, 69% dei quali durante operazioni delle forze di sicurezza (risulta chiaro quali siano i metodi). Da 9 anni si aspetta la cessazione della violenza per poter indire elezioni (ma qualcuno è convinto che sia Cuba a non averne) e sembra che anche le prossime, previste per fine agosto, salteranno. Ed è attualmente in grave crisi umanitaria, pur non non essendo socialista e non avendo un blocco economico.

Dall’altro lato del Golfo, il Messico, che forse comincia a riuscire lentamente ad avere ragione del narcotraffico, il maggiore dei tanti problemi che l’attanagliano, al punto che i docenti in agitazione minacciano di bloccare i mondiali se non verranno ascoltate le loro richieste. Al suo confine il Guatemala ripete il cliché: elevata criminalità e violenza ad opera delle gang, migliaia di sfollati per cause sia umane che naturali e sistema sanitario tra i più precari del continente.

Nel suo complesso l’America latina non appare molto diversa da quello degli anni ’70-80: sparizioni, omicidi, sfollati, case bruciate e animali uccisi da parte di gruppi paramilitari e narcos, strane riapparizioni di gruppi guerriglieri scomparsi (a volte compaiono e scompaiono in base alle esigenze propagandistiche dei governi), insicurezza e criminalità, oltre alla normale colonizzazione di terre, sfruttamento straniero delle risorse, gestione oligarchica a danno dei nativi e persino una guerra doganale fra Ecuador e Colombia che sta mettendo in ginocchio la popolazione con l’aumento dei prezzi.

La differenza è che ora il neocolonialismo è tecnologico: usa droni e vigilanza di massa con l’IA. E che il ricatto da parte degli Stati Uniti è esplicito e preventivo e non aspetta i risultati elettorali per fare un golpe: se non vince il candidato di Trump, ovviamente quello di destra, verranno tolti gli aiuti finanziari. Cosa che già ha avuto i suoi risultati in Ecuador, Argentina e Honduras, con le visibili conseguenze, e che fa prevedere il ritorno del cognome Fujimori alla presidenza del Perù, un paese in cui la crisi è politica, economica, sociale, sanitaria, ambientale, culturale e persino di sovranità nazionale, al punto da far dire che in Perù non comanda il presidente ma l’ambasciata statunitense. L’aumento di prezzo dei combustibili, come ovunque, ha portato alle stelle il prezzo di alimenti e trasporti, facendo alzare del 100% il costo dei fertilizzanti, con conseguenti danni enormi per due milioni di contadini e per il resto della popolazione.

Il governo boliviano ha provveduto a peggiorare la situazione eliminando i sussidi e causando l’aumento dell’86% del prezzo della benzina e del 160% di quello del diesel. Ma non solo: l’immissione sul mercato di benzina difettosa ha causato danni a più di 10.000 veicoli, in un Paese dove il trasporto su strada è fondamentale per l’economia quotidiana, tant’è vero che i blocchi stradali hanno congestionato l’intera attività del paese. Ciò succede mentre una legge apre le porte al saccheggio dei beni naturali comuni e alla rapina delle terre ai contadini, che prevedono il rischio di trasformazione della piccola proprietà terriera in grande latifondo. Viene colpita anche la stabilità lavorativa, i salari sono bassi e si teme per la riforma costituzionale: ciò ha unito le diverse categorie di lavoratori e prima i minatori, poi i professori, poi i contadini sono scesi in piazza e hanno bloccato la capitale (e l’economia) chiedendo le dimissioni del presidente.

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I ponchos rojos, contadini e operai indigeni organizzati, si dirigono al palazzo presidenziale a La Paz

La reazione del governo, ovviamente, non è stata di considerare le condizioni in cui lavorano e vivono minatori e contadini o insegnano i maestri, praticamente i pilastri della società, ma di passare subito alla criminalizzazione, alla condanna e alla repressione, con centinaia di arresti. E con l’aiuto lacrimogeno di Milei, che invia gas antisommossa e che a sua volta sta causando gravi danni all’Argentina con i suoi tagli, soprattutto nel settore educazione (anche qui i docenti protestano), e lascia interi territori alla benevola distruzione operata da israeliani (non quelli fuggiti dalla guerra o da un governo genocida, ma proprio i sionisti mandati a colonizzare il mondo), i quali per specifiche convenzioni ricevono sussidi e pensioni dallo stesso governo che li toglie agli argentini.

In Cile spira aria di ritorno al passato, con il neopresidente Kast appartenente a una tradizione ultraliberista, erede diretta delle riforme strutturali attuate durante la dittatura di Pinochet. Il suo cavallo di battaglia nella campagna elettorale è stato quello della sicurezza e dell’immigrazione, con la promessa di espulsione di 300.000 immigrati illegali. In continuità con un modello economico neocoloniale, con importazione massiccia di tecnologia in cambio di sfruttamento delle risorse naturali, gli indicatori economici del paese restano ancora fra i migliori del continente, ma permane uno dei più forti tassi di diseguaglianza economico-sociale, va diminuendo la fiducia nella politica e aumentando quella nelle forze dell’ordine. Perfetto humus da dittatura.

Il Brasile rimane una potenza globale e continentale, ma si prepara alle presidenziali di ottobre col fiato sul collo di Bolsonaro.

Se prima una grande fascia delle popolazioni latinoamericane aveva il miraggio dell’emigrazione proprio in quegli Stati Uniti causa del loro male, oggi questo può essere un altro motivo di morte dovuta alla politica trumpiana e all’ICE, nel cui centro di detenzione è morto il quindicesimo messicano.

Conclusione

Cosa vogliono gli Stati Uniti?

Cuba non è un pericolo militare: è vero che è molto vicina agli Stati Uniti, ma non rappresenta alcun pericolo in sé e anche se aumentasse la presenza di Russia e Cina, nessuno sarebbe interessato ad aggredirli -né converrebbe.

Cuba non ha grandi risorse strategiche: molto nichel e poco cobalto. Ci sono anche giacimenti di petrolio non ancora sfruttati, ma il Venezuela ha dimostrato che l’impresa non vale la spesa. Le altre risorse sono legate allo sviluppo scientifico dei cubani (biotecnologie, farmaceutica, medicina), e quindi non sfruttabili senza il sistema che le produce, cioè quello socialista che gli USA vogliono abbattere.

Invece potrebbe essere un mercato vergine per moltissimi prodotti se si riprendesse economicamente, cosa che potrebbe avvenire anche preservandone l’indipendenza, senza necessariamente distruggere il sistema sanitario e l’istruzione, togliendo il blocco economico. E forse è proprio questo il punto: in un continente sommerso da bisogni e travagli, Cuba rappresenta la possibilità di raggiungere livelli di sviluppo umano, sociale, scientifico e culturale anche senza grandi capitali, persino con un blocco economico di decenni, persino col fiato sul collo della più grossa potenza mondiale, e restando indipendente. Questo è un “cattivo esempio” per il resto dell’America latina sfruttata e da sfruttare, in cui imperversa il modello americano di sanità e istruzione privata e a caro prezzo.

Insomma, il messaggio stigmatizzato da quella portaerei piazzata nei Caraibi, di cui i cubani si chiedono “Cos’è? Un aiuto che ci uccide?”, è chiaro: le popolazioni latino americane non devono poter sperare in alcuna possibilità di giustizia e progresso sociale né autodeterminazione, devono accettare di essere solo manodopera a basso costo, cedere le loro risorse naturali e piegare le loro politiche ai padroni del mondo. Pena lo strangolamento economico e l’invasione.

Non sappiamo se funzionerà da deterrente o da detonante.

Fonti consultate

https://www.telesurtv.net/presidente-diaz-canel-denuncia-nuevas-agresiones-de-estados-unidos-contra-cuba

https://www.cubainformazione.it/2005/terrorismo/basulto.htm

https://it.granma.cu/mundo/2026-01-09/il-mitomane-marco-rubio

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/05/18/gaesa-e-propaganda-imperialista-si-prepara-linvasione-di-cuba-0195184

razonesdecuba.cu/los-cinco-heroes-una-labor-necesaria-y-un-juicio-amanado/

https://www.vaticannews.va/es/mundo/news/2026-05/haiti-puerto-principe-sitiada-por-bandas-criminales.html

https://www.notiziegeopolitiche.net/cile-leconomia-reale-tra-riconversione-liberista-e-diseguaglianze-sociali/

https://www.france24.com/es/programas/enlace/20241122-desplazamiento-interno-el-limbo-de-miles-de-guatemaltecos

https://www.open.online/2026/05/18/bolivia-proteste-crisi-governo-paz-video

https://www.otto.unito.it/it/articoli/immigrazione-e-sicurezza-come-kast-ha-conquistato-il-cile-giocando-sulle-paure

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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)

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