PARTE I
CUBA L’assedio si stringe
Vilia Speranza

«Come chiamare una guerra fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria, se non un brigantaggio in grande stile?» (Sant’Agostino)
L’avvoltoio dello zio Sam, dopo aver rapinato il Venezuela, volteggia su Cuba, sottoforma di drone che viola lo spazio aereo, di sanzioni inusitate alla Polizia Nazionale Rivoluzionaria, al Ministero degli Interni e alla Direzione di Intelligenza, o sotto forma di visite della CIA, di incriminazione di Raúl Castro e, se non fosse chiaro, con l’avvicinamento della portaerei Nimitz.
Fra Stati Uniti e Cuba non esistono trattati di estradizione, per cui, conoscendo le maniere di Trump, è quasi certo che le accuse a Raúl Castro servano da scusa per un blitz-sequestro come per Maduro.
Cosa ha fatto Raúl Castro?
Trent’anni fa, quando era ministro della difesa, dette l’ordine di abbattere gli aerei del gruppo Hermanos al Rescate che da due anni violavano ripetutamente lo spazio aereo cubano per far piovere volantini controrivoluzionari sulla testa dei cubani. Era una prassi di provocazione ricorrente, cui ho avuto il dispiacere di assistere personalmente, che faceva irritare molto i cubani.
Il gruppo Hermanos al Rescate o Brothers to the Rescue si era ufficialmente formato per aiutare i cubani a fuggire da Cuba (e molti, pensando di ricevere aiuto, si gettarono in mare con qualsiasi mezzo e finirono in pasto ai pescecani), ma René González e Gerardo Hernández, che operarono per anni come infiltrati per indagare sui gruppi terroristici anticubani in Florida (Alpha 66, F4 Commandos, Cuban American National Foundation e Brothers to the Rescue), testimoniano che quei piloti erano in realtà operativi addestrati dalla CIA e non ‘aviatori umanitari’, come confermato dalle dichiarazioni dello stesso fondatore del gruppo, José Basulto, ex agente della CIA, veterano della Baia dei Porci, che aveva già sparato con un cannone contro un hotel cubano e compiuto altri atti terroristici.
Precisamente, dice González che “quando venivano a violare le acque cubane, erano cubani liberi che venivano a rivendicare un diritto. Ma quando Cuba reagiva difendendosi, allora erano cittadini americani che esigevano dal governo degli Stati Uniti di fare qualcosa per proteggerli”.
Una registrazione fa capire che l’ordine di abbattere l’aereo sul mare (alla distanza constatata fra 6 e 8 miglia dalla costa di Cuba, come testimoniò un colonnello statunitense, quindi in acque territoriali) fu dato per evitare che il velivolo precipitasse poi addosso alla popolazione. Certo gli Stati Uniti avrebbero potuto evitare quanto accaduto, perché Cuba aveva inviato almeno 16 note diplomatiche, fin dal 1994, lamentandosi delle ripetute violazioni del suo spazio aereo.
Infatti le provocazioni da parte di gruppi organizzati di cubani di Miami sono state un’infinità e hanno mietuto vittime innocenti: tra il 1959 e il 1999, 3.478 cubani sono morti e 2.099 sono rimasti invalidi, oltre a un elevato costo materiale.
Ma, ovviamente, sul piatto della bilancia conta solo la vita dei quattro controrivoluzionari che usavano un Cessna dismesso dell’esercito degli Stati Uniti per fare propaganda anticastrista. E comunque Cuba ha già pagato con sanzioni questo episodio, in seguito alla risoluzione ONU n. 1067 del 1996 sponsorizzata dagli USA e all’adozione della legge Helms-Burton da parte degli Stati Uniti, che rese il blocco economico un cappio al collo per i cubani.
Riprendere ora l’accusa a Raúl Castro, ormai novantaquattrenne e senza alcun potere, sicuramente è più un’azione simbolica che altro: come cercare di cancellare quello che considerano l’ultimo residuo rivoluzionario.

Raúl Castro con Che Guevara durante la guerriglia contro la dittatura di Fulgencio Batista sulla Sierra Maestra (1959)
Chi vuole l’intervento armato?
Intanto Marco Rubio (detto Narco Rubio a Miami da chi conosce il suo passato) funziona da altoparlante del presidente in base a una delle sue migliori capacità: la mitomania. Rubio ha basato la sua stessa immagine su una menzogna: ha sempre detto di essere figlio di esuli cubani del regime castrista, ma in realtà la sua famiglia emigrò da Cuba prima della rivoluzione, quindi durante la dittatura di Fulgencio Batista che, con l’appoggio e le armi degli Stati Uniti, reprimeva e faceva morire di fame la popolazione cubana (1933-1944 e 1952-1959).
Da più di 20 anni Rubio è promotore e sostenitore di leggi e sanzioni contro Cuba, per soddisfare le masse elettorali dei cubani della Florida. Ora fa propaganda in spagnolo accusando il presidente cubano Díaz-Canel di non provvedere ai bisogni dei cittadini. La colpa della mancanza di elettricità, a suo dire, non sarebbe delle sanzioni, della mancanza di combustibili, dell’embargo, ma del governo o meglio di Gaesa, l’aggruppamento militare che gestisce le finanze statali, che si ruberebbe i soldi. Non importa se Cuba non può commerciare con nessuno e se si è vista sfumare il petrolio venezuelano proprio per il golpe degli Stati Uniti.
Il segretario di Stato ha offerto anche 100 milioni di dollari in alimenti e medicinali per l’isola, ma la distribuzione deve essere effettuata dalla Chiesa Cattolica o da organizzazioni “fidate”, non dal governo cubano, il quale ha dovuto necessariamente accettare definendolo comunque un insulto.
Forse è superfluo ricordare che Marco Rubio riceve abbondante denaro dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), un gruppo di pressione statunitense noto per il forte sostegno allo Stato di Israele, che lo supporta nelle sue campagne politiche. In cambio, o solo per affinità naturale, Rubio ha fomentato e appoggiato lo sterminio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza e ha offerto tutto il suo sostegno al Primo Ministro sionista. E’ scontato pensare che lui sia il massimo fautore di quest’altra aggressione di Trump, il quale pensa di potersi rifare dalla guerra mal riuscita con l’Iran attraverso una guerretta facile facile contro solo 8 milioni di persone che ha già ridotto alla fame.
I negoziati… su che cosa?
Non si sa quale sia la causa di questo conflitto unilaterale che in realtà non sarebbe neanche una vera guerra, vista la disparità di mezzi. Le due parti negoziano da mesi, ma non si sa bene quali siano gli oggetti della negoziazione.
“Cuba è disposta a parlare di tutto con gli Stati Uniti. Non ci sono argomenti tabù nelle nostre conversazioni, sulla base della reciprocità e dell’uguaglianza”, ha dichiarato l’ambasciatore cubano presso le Nazioni Unite. Ma, ha aggiunto, “ovviamente non contribuisce a creare un clima di dialogo e fiducia il fatto che ogni due giorni si sentano dichiarazioni come ‘Siamo pronti a prendere il controllo di Cuba’. ”
Le trattative sono affidate al direttore della CIA, John Ratcliff, che richiede il blocco delle operazioni di intelligence russe e cinesi sull’isola, ma anche riforme economiche fondamentali. Insomma, una resa incondizionata e un’apertura neocoloniale. Ma sappiamo che è un copione: anche il Venezuela e l’Iran stavano conducendo negoziati quando gli Stati Uniti hanno attaccato, senza ultimatum né dichiarazione di guerra. Non si usano più perché le guerre non hanno più cause e motivi da rimuovere. Si fanno perché fanno comodo agli Stati Uniti. Anche il pretesto del regime change, visto come è andata in Venezuela e Iran, è ormai poco credibile, e riforme economiche senza togliere il blocco economico, com’è ancora in Venezuela, sono del tutto inutili.
Si sta solo cercando un casus belli per invadere l’isola, tacciata di terrorismo pur non avendo compiuto un solo atto violento verso nessuno e ricondotta al sottosviluppo dopo aver toccato indici di sviluppo sociale e sanitario da fare invidia all’Europa: la mortalità infantile, che si stava avvicinando a zero, è aumentata in seguito al recente ennesimo indurimento delle sanzioni (ma rimane comunque la più bassa del continente) e la mortalità materna è quasi raddoppiata.
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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




