di Antonella Reina

Ci sono settimane in cui la cronaca sembra solo accumulare macerie, e settimane in cui dalle stesse macerie si intravede una direzione. Gli ultimi dieci giorni appartengono alla seconda categoria: il quadro internazionale resta cupo, ma dal basso – dalle piazze, dai banchetti, dalle marce – si leva una risposta civile che merita di essere raccontata.
Il fronte interno: “Non armi ma pane”
La notizia che più ci tocca da vicino parte proprio da Bari. Dal 26 maggio il Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra, insieme al Coordinamento Nazionale No Riarmo e ai parlamentari promotori della petizione ex art. 50 della Costituzione, ha avviato la raccolta firme per la petizione nazionale “Non armi ma pane per un’Italia che ripudia la guerra”. I banchetti sono allestiti ogni martedì, mercoledì e giovedì – in via Sparano angolo via Dante e in piazza Giulio Cesare, davanti al Policlinico – e proseguiranno per tutto giugno.
La richiesta è netta e verificabile: che il Parlamento deliberi il recesso dell’Italia dall’impegno con USA e NATO di portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, e che i fondi di coesione europei non vengano dirottati verso il piano “Rearm Europe / Readiness 2030” da 800 miliardi. Il ragionamento che regge la petizione non è ideologico ma economico: i report di Banca d’Italia, del Centro Studi Confindustria e del Fondo Monetario delineano un quadro in cui crisi e riarmo si alimentano a vicenda, mentre l’aumento del prezzo di gas e petrolio – innescato dalla guerra USA-Israele contro l’Iran – falcidia i salari reali e prepara un pesante taglio alla spesa sociale. Tradotto: ogni euro speso in armamenti è un euro sottratto a sanità, scuola, lavoro e welfare.
Non è un’iniziativa isolata. In tutta la Puglia cresce un tessuto di opposizione alla militarizzazione dei territori: dal 1° Maggio sotto il consolato onorario di Israele a Bari, alla XIII Marcia per la pace dalla comunità Emmaus all’aeroporto militare di Amendola-Foggia del 10 maggio, fino al neonato “Comitato No al Riarmo” di Galatina, sorto il 24 maggio dove ha sede una delle più importanti scuole di volo militare italiane. È il segno che la pace, da slogan, sta tornando vertenza politica e sociale.
La stessa saldatura tra questione sociale e ripudio della guerra ha attraversato lo sciopero generale di venerdì 29 maggio, proclamato dai sindacati di base – Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas, Usi e Usi Cit – con l’adesione delle organizzazioni palestinesi in Italia. Una giornata di astensione in tutti i settori pubblici e privati, contro “salari erosi, cantieri che uccidono, welfare smantellato e miliardi pubblici dirottati verso il riarmo”, e per chiedere lo stop ai rapporti commerciali con Israele. I cortei hanno attraversato una decina di città – da Roma a Milano, da Torino a Palermo – con presidi davanti ai luoghi simbolo dell’economia di guerra: a Torino striscioni contro Leonardo lungo corso Francia, a Firenze un presidio davanti all’ospedale di Careggi. Gli effetti sui trasporti sono risultati più contenuti del previsto e l’adesione disomogenea tra i territori, ma il messaggio politico è arrivato chiaro: non c’è difesa dei salari e del welfare senza opposizione alla logica bellica.
C’è però anche un volto interno più amaro. A Taranto, il 14 maggio, un presidio ha riempito Piazza Fontana dopo l’omicidio di Bakari Sako, trentacinquenne maliano ucciso da una baby gang mentre andava al lavoro. “Taranto non restare in silenzio” è stato lo slogan. La violenza razzista in casa nostra e il riarmo internazionale non sono mondi separati: appartengono alla stessa cultura che disumanizza l’altro e normalizza la forza come soluzione.
Il fronte esterno: guerre che continuano, tregue che non tengono
Sul piano internazionale, gli ultimi giorni confermano quanto sia fragile ogni annuncio di pace. La tregua di tre giorni tra Russia e Ucraina (9-11 maggio), accompagnata da uno scambio di mille prigionieri per parte e mediata da Trump, è naufragata mentre era ancora in corso. I colloqui restano in stallo, l’ottimismo della Casa Bianca cozza con i fatti sul terreno. In Ucraina, intanto, chi rifiuta di andare al fronte finisce in carcere: la guerra divora anche il diritto all’obiezione.
A rendere ancora più cupo questo fronte è la strage di Starobelsk, nella regione occupata di Lugansk. Nella notte tra il 21 e il 22 maggio droni ucraini hanno colpito in tre ondate un dormitorio studentesco, facendo crollare l’edificio fino al secondo piano. Al momento dell’attacco vi dormivano 86 ragazzi tra i 14 e i 18 anni; il bilancio, salito di giorno in giorno mentre i soccorritori scavavano tra le macerie, è arrivato a 21 vittime e oltre quaranta feriti, in larga parte ragazze. Le versioni restano inconciliabili: Mosca denuncia un “attacco terroristico” contro una struttura civile senza obiettivi militari nelle vicinanze, mentre lo Stato Maggiore di Kiev sostiene di aver colpito un centro di comando militare e respinge le accuse come “manipolazione”. Qualunque sia la verità che emergerà, davanti a un dormitorio di adolescenti ridotto in macerie nessuna giustificazione strategica regge: è il volto osceno di una guerra che non risparmia più nemmeno i banchi di scuola, e che chiama in causa anche le nostre coscienze, visto il ruolo dei sistemi d’arma forniti dall’Occidente.
Sul versante mediorientale, la guerra USA-Israele-Iran iniziata il 28 febbraio continua a produrre instabilità su scala regionale. Un’inchiesta della CNN ha documentato che sedici basi militari statunitensi su circa venticinque-trenta nella regione sono state danneggiate dagli attacchi iraniani, alcune ridotte a “gusci vuoti”. È la dimostrazione, se ancora servisse, che la corsa agli armamenti non garantisce sicurezza nemmeno alla potenza più forte del pianeta: produce solo nuove vulnerabilità e nuovi pretesti per spendere ancora.
E poi c’è Gaza, dove la contabilità del dolore non si ferma: al 12 maggio il bilancio ufficiale aveva superato 72.700 morti e 172.000 feriti, con 1,8 milioni di sfollati dipendenti dagli aiuti. A questa tragedia si guarda con attenzione anche per il 15 giugno, quando cittadini e ONG di 22 paesi convergeranno sul valico di Rafah con la “March to Gaza” per chiedere corridoi umanitari. E vanno ricordate le guerre che nessuno racconta: il Sudan, entrato nel suo terzo anno di conflitto, con madri che vegliano figli affamati mentre si commercia oro e armi nel silenzio mediatico.
Ma la notizia che in questi giorni accende la spia più rossa arriva dai Caraibi. Il 28 maggio Politico ha rivelato che il Pentagono ha completato i preparativi per un attacco – o una vera e propria invasione – di Cuba: truppe e armamenti sono già posizionati, manca soltanto il via libera di Donald Trump. Nell’area è entrato il gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz, con cacciatorpediniere e incrociatori in grado di colpire obiettivi a terra. È lo stesso copione già visto a gennaio contro il Venezuela: pressioni economiche, embargo energetico portato all’estremo fino ai blackout, l’incriminazione giudiziaria di Raúl Castro come pretesto, e infine la minaccia militare. Il segretario di Stato Marco Rubio liquida un’intera nazione come “uno Stato fallito a 145 chilometri dalle nostre coste”. Le capacità militari de L’Avana sono irrisorie di fronte alla potenza statunitense: non si tratta di una guerra tra eserciti, ma dell’aggressione a un popolo già stremato dal blocco. Che a poche decine di chilometri dagli Stati Uniti si possa contemplare a freddo l’invasione di un paese sovrano dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore il diritto internazionale.
Una voce dalla parte dell’umano
In mezzo a tante macerie, una voce ha provato a indicare un’altra rotta. Il 25 maggio è stata pubblicata Magnifica humanitas, la prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum novarum. Il sottotitolo dice già tutto: “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Non è una condanna della tecnologia – il Papa precisa che non è “di per sé un male” – ma un atto d’accusa contro il sistema economico e di potere dentro cui l’IA viene sviluppata: la concentrazione del potere cognitivo e decisionale nelle mani di pochi attori privati globali, e il rischio di una nuova forma di colonialismo digitale se ai popoli non si restituisce non solo il controllo dei propri dati, ma il diritto di decidere come, da chi e per chi verranno usati.
Il passaggio che più ci riguarda, però, è quello sull’uso militare dell’intelligenza artificiale. Leone XIV chiede esplicitamente di “disarmare” l’IA: sottrarla alle logiche che la trasformano in strumento di dominio, esclusione e morte, dentro il quadro inquietante della guerra algoritmica. È un monito che parla la nostra stessa lingua e che lega in modo sorprendente i due fronti di questo testo: la corsa al riarmo e la corsa tecnologica sono due facce di una medesima ubris, la pretesa di affidare alla forza – sia essa militare o computazionale – ciò che spetta alla responsabilità umana.
Su tutto incombe la riflessione che attraversa questi giorni: si è sbiadita quella “coscienza nucleare” che pure aveva caratterizzato il movimento pacifista, proprio mentre all’ONU si tiene l’11ª Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione, con l’allarme di chi teme un suo “svuotamento”.
Eppure il filo che lega Bari a Kiev, Galatina a Gaza, Taranto al Sudan, L’Avana minacciata alla voce del Papa è lo stesso: la scelta tra investire nella distruzione o nel benessere comune, tra affidarsi alla forza o alla responsabilità. La petizione “Non armi ma pane” non chiede un gesto eroico, ma un atto di cittadinanza – passare dal ruolo di sudditi passivi a quello di cittadini che incidono. In una stagione di tregue tradite, di flotte schierate nei Caraibi e di bilanci insanguinati, è forse la notizia più importante: che c’è ancora chi non si rassegna.
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