Dal comunicato congiunto di martedì: «Con un accordo o in altro modo.»
L’accordo c’era. È saltato su un pedaggio.
L’atomica iraniana non esiste.
Antonella Reina · Comitato Articolo 11 — L’Italia ripudia la guerra · 29 luglio 2026

L’Occidente nelle sabbie mobili del suo stesso colonialismo
Il comunicato di martedì sera parla di un impegno ferreo a garantire che l’Iran non abbia mai armi nucleari. Poi una fonte presente all’incontro chiarisce la formula: l’Iran non deve ottenerle «con un accordo o in altro modo». Cinque mesi di guerra stanno dentro quelle quattro parole, che tengono aperta la porta di servizio da cui si esce con i bombardieri.
Ricordiamo com’è cominciata. Il 28 febbraio, primo giorno di Operation Epic Fury, un raid americano-israeliano uccide Ali Khamenei. Nelle stesse ore viene colpita una scuola elementare femminile: oltre centocinquanta morti, ventisei insegnanti e centoventi bambine secondo i conteggi successivi, e un’inchiesta del Pentagono che indicherà la responsabilità americana. Decapitare un regime al primo giorno è un’operazione politica, e chiamarla non proliferazione richiede una faccia tosta considerevole. Sono passati cinque mesi. Ieri l’altro, su Fox & Friends, il presidente spiegava che Pickaxe Mountain la può radere al suolo «molto facilmente». La spiegazione è sempre quella. Non ha mai avuto bisogno di aggiornamenti.
Poi c’è il dettaglio che manda in pezzi l’intera narrazione, e sta scritto nero su bianco.
Il 17 giugno Trump e Pezeshkian firmano da remoto — lui a Versailles dopo il G7 di Evian, l’altro a Teheran, con Islamabad a fare da garante — un memorandum in quattordici punti. Dentro c’è la soluzione nucleare: diluizione dell’uranio quasi militare sotto supervisione dell’AIEA, con una «metodologia minima» messa a verbale nel testo definitivo. Il problema per cui la guerra era stata annunciata al mondo, sulla carta, era risolto.
E su che cosa è saltato tutto, tre settimane dopo? Su un pedaggio. Il memorandum concedeva il transito gratuito nello Stretto di Hormuz «per sessanta giorni soltanto»; Teheran ha letto l’intesa come un riconoscimento del proprio controllo sulle rotte e ha imposto alle navi di costeggiare l’Iran; le petroliere passate al largo dell’Oman sono state attaccate; il traffico si è fermato; il Brent ha chiuso a 100,69 dollari e la benzina americana ha superato i quattro dollari al gallone. Tredici notti consecutive di raid. In quella crisi le centrifughe non le ha nominate nessuno: si discuteva di una tariffa marittima. Oggi l’Oman fa circolare una nuova proposta sulle tariffe di Hormuz e le bombe sono ferme da venerdì. Cercatela, la coincidenza.
Se restasse un dubbio, negli stessi giorni Trump ha spiegato che l’Arabia Saudita otterrà il programma nucleare civile americano a condizione che aderisca agli Accordi di Abramo. Tecnologia atomica come merce di scambio diplomatico, nella stessa regione e nelle stesse settimane in cui si bombarda per impedire la proliferazione. Che evidentemente dipende da chi prolifera.
Nel frattempo il CENTCOM tiene in piedi quello che chiama «il muro d’acciaio»: al 28 luglio, diciotto mercantili dirottati, due disabilitati, due abbordati. Il greggio iraniano va quasi tutto in Cina. Chi decide quali navi passano decide il prezzo del barile, il prezzo del barile decide i costi di produzione, i costi di produzione decidono chi resta competitivo sui mercati. Economia politica elementare, la stessa che valeva per il Venezuela.

L’Europa ha già pagato questa lezione senza impararla: dopo le sanzioni alla Russia si è ritrovata a comprare energia americana più cara, con l’industria che perdeva margini e la dipendenza che cresceva. Ci avevano promesso sicurezza, è arrivata subordinazione. Adesso il conto si presenta una seconda volta e le cancellerie rispondono con comunicati sulla «stabilità regionale», girando intorno alle due parole che servirebbero: moderazione, de-escalation. L’Italia, che all’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, recita la comparsa ben vestita.
Un’ironia, per chiudere il cerchio geografico. Quattromila anni fa, a poche centinaia di chilometri dai bersagli di stanotte, un re di Babilonia fece incidere su una stele duecentottantadue articoli di legge. «Occhio per occhio» è la formula più fraintesa della storia umana: era un tetto, un limite posto alla vendetta — per un occhio, un occhio e nulla di più. La sproporzione era il reato. Oggi, in quella stessa regione, si contano almeno millesettecento civili iraniani uccisi secondo le stime riferite dalla stampa americana, oltre tremilaseicento morti documentati in Iran da HRANA, più di quattromila in Libano secondo il ministero della Sanità di Beirut, e una spesa militare americana che il CSIS colloca intorno ai quaranta miliardi di dollari. Nessuna stele regge un conto simile.
Il punto eccede Trump, e questo è il punto. Liquidarlo come un pazzo ci risparmia la fatica di guardare il disegno intero: conservare il primato politico ed economico dell’Occidente in un mondo che cambia padroni più in fretta di quanto l’Occidente riesca ad ammettere. Stessa logica nei divieti tecnologici, nei dazi, nelle sanzioni. E stessa logica in casa nostra, dove la retorica anti-immigrazione, l’islamofobia, gli attacchi alle università e le campagne contro le persone trans compongono il volto interno di un sistema che si difende dalla sensazione di perdere il controllo. È lo stesso movimento, visto dal lato di qua.
Il 23 luglio la Camera americana ha votato 214 a 208 per riportare a casa i soldati, e il Senato si è fermato a un voto dal farlo, 49 a 47. Un americano su tre sostiene questa guerra; il sessantanove per cento, quattro repubblicani su dieci compresi, dichiara che nessuno gli ha mai spiegato perché la si combatte. La guerra continua lo stesso. L’allineamento perfetto celebrato martedì riguarda esattamente quel margine: la libertà di ricominciare senza dover spiegare niente a nessuno.
L’arma atomica iraniana, che non esiste, ha finora giustificato una decapitazione, un blocco navale e cinque mesi di bombardamenti. Come strumento di politica estera funziona benissimo. Semplicemente, l’arma atomica, non è iraniana.
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