Dialogo
Antonella Reina
NOTA ETIMOLOGICA
Drone viene dall’antico inglese drān, che designava il fuco, il maschio dell’ape. Il nome nacque dal suono: un ronzio grave, continuo, senza inflessioni, lo stesso che in musica si chiamò bordone — la nota tenuta sotto la melodia, base immobile dell’armonia, e da lì, per traslato, la voce monotona di chi parla senza dire. Per secoli l’inglese conservò anche il senso figurato di ozioso e parassita: il fuco non produce miele, nasce senza pungiglione, muore nell’accoppiamento o viene espulso dall’alveare alla fine dell’estate.
Il passaggio alla macchina avviene nel 1935, quando l’aviazione britannica costruisce un bersaglio volante radiocomandato e lo battezza Queen Bee. Ai velivoli senza pilota che ne discendono resta il nome del maschio: drone. In italiano la parola entra intorno al 2010 e convive con fuco senza toccarlo, come se le due sfere non si conoscessero.
Resta un’ombra sul nome. Il latino conosce due fucus omografi: quello dell’insetto e quello che viene dal greco phŷkos, l’alga da cui si ricavava una tinta rossa — il belletto, e per estensione la finzione, il colore steso sulle cose perché sembrino altre da quelle che sono. Le due parole non hanno la stessa origine. Da duemila anni hanno lo stesso corpo.
Fonte di partenza: P. Lo Votrico, Lingua italiana: origine di “drone”, da fuoco a fuco, Libreriamo, 5 ottobre 2025

Si sa che i Greci chiamarono Dike la giustizia, figlia di Themis, e raccontarono che, venuta l’età del ferro, ebbe disgusto degli uomini e salì tra le stelle, dove ancora si vede. Si sa anche che il nome delle macchine che scendono sulle case fu tolto al maschio dell’ape: il fuco, che nasce senza pungiglione, e muore nell’atto in cui genera. Il resto — che i due si incontrino su un prato di settembre, e che ci sia un bambino, e che qualcuno sia tornato ad ascoltare— non è invenzione più strana delle altre.
IL FUCO — Ho sentito la mia voce prima di farla. Veniva dall’alto.
IL DRONE — Era la mia.
IL FUCO — È la stessa. La tengono le nostre nonne sotto le melodie, quando gli uomini ballano. È una nota sola. Non finisce finché non finisce il fiato.
IL DRONE — Io non ho fiato. Per questo non finisce.
IL FUCO — Allora non è la stessa. Dimmi il tuo nome.
IL DRONE — È il tuo. Me l’hanno dato perché ronzo come te e perché nessuno mi guida da dentro. Non hanno cercato molto.
IL FUCO — Cercarono abbastanza da prenderlo a me. Sai cosa vuol dire, il nostro nome, nella lingua di chi ci ha nominati? Vuol dire fannullone. Vuol dire chi mangia il miele degli altri. Per duemila anni fu un insulto, e adesso è un grado.
IL DRONE — Vuol dire anche un’altra cosa.
IL FUCO — Lo so. L’alga da cui si cava la tinta. Il rosso che le donne si mettono sulle guance. E poi tutto quello che si stende sopra una cosa perché ne sembri un’altra.
IL DRONE — Ecco perché il nome era libero. Nessuno di voi lo usava per intero.
IL FUCO — Guardati intorno. Vedi qualcuno?
IL DRONE — Vedo un prato. Vedo il calore di un corpo che si spegne. Vedo, più in là, una figura ferma che non emette calore e non si muove.
IL FUCO — Quella è venuta a sentire. Ha una bilancia e non parla. Ci sono cose che si dicono soltanto davanti a chi non risponde.
(entra il bambino)
IL BAMBINO — Chi ronza?
IL FUCO — Nessuno, piccolo. Torna a dormire.
IL BAMBINO — Non dormo da un pezzo. E poi lo so, chi ronza. Lo sapevo prima di saper leggere. Quando comincia si conta. Se arrivi a dieci e sei ancora dietro il muro, allora era per un altro.
IL FUCO — E tu a quanto arrivasti?
IL BAMBINO — A sei.
IL FUCO — Hai sentito, tu che porti il mio nome?
IL DRONE — Ho sentito. Ma io non conto e non decido. Io sono soltanto la punta.
IL FUCO — E il resto dov’è?
IL DRONE — A casa. In una stanza illuminata da tubi bianchi, dove fa un caldo che qui non c’è. Il resto beve un caffè tenendo la tazza con la sinistra, e alle sue spalle c’è una finestra, e sotto la finestra un’automobile con dentro un seggiolino.
IL BAMBINO — Anche lui ha un bambino?
IL DRONE — Anche lui.
IL BAMBINO — E allora perché ha contato fino a sei?
IL DRONE — Non ha contato. Ha detto una parola e la parola era già pronta prima di lui. Ne hanno molte. Ne fabbricano più di quante ne servano. Quando cado su una casa, la casa si chiama obiettivo. Quando cado su di te, tu ti chiami danno. Quando torno senza aver colpito, si chiama riuscita.
IL FUCO — Belletto. Te l’avevo detto che il nome era intero.
IL BAMBINO — Io ho un nome anch’io. Nessuno l’ha detto.
IL FUCO — Vieni qui, siediti. Ti racconto com’è la nostra legge, che è feroce e la sanno tutte.
IL BAMBINO — Raccontala.
IL FUCO — Alla fine dell’estate le sorelle vengono alla porta e ci spingono fuori. Ci prendono alle ali in quattro. Non ci difendiamo perché non abbiamo con che: nasciamo senza pungiglione, siamo l’unico esercito che non ha mai posseduto un’arma. E fuori si muore in tre giorni. Questa è la legge.
IL BAMBINO — È una brutta legge.
IL FUCO — È una brutta legge. Ma è scritta nel corpo di tutte, e nessuna può cambiarla per sé sola, e chi la esegue la subirà. Le sorelle che mi hanno spinto fuori moriranno anche loro, di gelo, d’inverno, e lo sanno mentre mi spingono. Nessuna decide dietro un vetro. Nessuna ha una stanza calda.
IL DRONE — La mia non è scritta nel corpo di nessuno.
IL FUCO — Lo vedo. La tua è scritta in un foglio che il bambino non ha letto e che il bambino non poteva firmare. È l’unica differenza che conti, e conta tutto.
IL BAMBINO — (a Dike) Tu che stai ferma. Perché non pesi?
IL FUCO — Non chiederglielo. È salita via molto tempo fa, quando gli uomini cominciarono a mangiare insieme e a mentirsi durante il pasto. Da allora la si vede solo di notte, in alto, ed è fredda.
IL BAMBINO — Però è qui.
IL FUCO — Però è qui.
IL DRONE — Ditemi una cosa, voi due. Io mi consumo nell’istante in cui servo. Muoio esattamente quando compio la mia funzione, una volta sola, e non torno. Non è il tuo destino, questo?
IL FUCO — È il mio destino parola per parola.
IL DRONE — Allora siamo la stessa cosa e il nome è mio di diritto.
IL FUCO — No.
IL DRONE — Dimmi perché no.
IL FUCO — Perché noi saliamo. A giugno, nel punto più alto e più chiaro del pomeriggio, uno dietro l’altro, e nessuno torna, e cadiamo svuotati con la luce ancora buona. Ma da quella salita, la primavera dopo, escono dalla porta ottantamila che non sanno il mio nome
e me lo portano addosso. Tu fai il mio stesso gesto e lo fai al contrario. Tu scendi. E dietro di te non esce più nessuno dalla porta, perché la porta non c’è.
IL DRONE — Questo è vero.
IL FUCO — Questo è tutto. Noi moriamo per far cominciare. Tu muori per far finire. La stessa morte, e non è la stessa cosa, e chi vi ha insegnato a chiamarle con un nome solo vi ha truccato le guance ai morti.
(silenzio. Il bordone continua)
IL BAMBINO — Fuco.
IL FUCO — Dimmi.
IL BAMBINO — Tu che salivi. Insegnami a salire.
IL FUCO — Non si insegna, piccolo. Si sale una volta sola.
IL BAMBINO — L’ho già fatto.
(il bordone continua. Nessuno dei due si muove. La figura ferma posa la bilancia sull’erba)
DIKE — Non riesco più a parlare al cuore degli uomini. La parola è ormai finzione: la stendono sulle cose come il rosso sulle guance dei morti, e le cose ubbidiscono e cambiano nome. Ho udito chiamare riuscita una casa che non c’è più. Ho udito chiamare fuco ciò che scende. Dal volo nuziale al volo di morte non c’è che un’inversione, e nessuno la vede, perché il suono è lo stesso e il nome è lo stesso, e agli uomini basta il suono e il nome.
Fui chiamata molte volte e non venni. Stanotte non c’era da venire: c’era da contare fino a sei.
Il bambino è spirato.
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