Una parola, una liturgia, una guerra
Antonella Reina

I. La parola
Vale la pena fermarsi sulla parola “volenterosi” come ci si ferma su un reperto. Descrive una disposizione dell’anima: distingue chi ha fede da chi esita. Le coalizioni, quelle vere, hanno obiettivi, mandati, date di scadenza; questo termine ha soltanto un’atmosfera. E il suo lavoro semantico è tutto nel non detto: se esiste il volenteroso, esiste lo svogliato, il tiepido, il renitente del cuore. Chi solleva un’obiezione, in questo lessico, sta mancando di volontà — quando non gli si affibbia direttamente il timbro dell'”amico di Putin”.
È una parola che smette di descrivere il mondo e comincia a smistare le anime. Attorno a essa si dispone tutto il resto: il riarmo presentato come necessità indiscutibile, l’obiezione collocata fuori dal perimetro del dicibile, i manuali di sopravvivenza recapitati alle famiglie nordiche, le generazioni che “devono prepararsi”, il lessico della prontezza e dell’economia di guerra. Pedagogia della mobilitazione, addestramento emotivo prima che materiale. I media che l’accompagnano stanno officiando; il consenso si celebra. Karl Kraus, che della Vienna del 1914 trascrisse i luoghi comuni per farne il più grande atto d’accusa della storia, riconoscerebbe il registro alla prima riga.
II. La liturgia
Questa moralizzazione dell’appartenenza ha un nome, e il nome lo diede George L. Mosse. Nel 1975, con La nazionalizzazione delle masse, raccontava come la nazione fosse diventata oggetto di culto secolare — miti, monumenti, feste, cori, ginnastica, e sopra ogni cosa il culto dei caduti. Le masse venivano incorporate in un’estetica. La chiamava “nuova politica”: la politica come esperienza sensoriale e comunitaria, dove la guerra, quando arriva, è il compimento di un’identità già interiorizzata. Il destino si celebra.
Cinquant’anni dopo la nazione è recipiente inadatto: troppo screditata a ovest, troppo contesa a est, troppo piccola comunque per i bilanci che si vogliono approvare. Il meccanismo, però, ha semplicemente cambiato ragione sociale. Al posto della nazionalizzazione delle masse ci viene proposta — con fretta sospetta e mezzi imponenti — un’europeizzazione delle masse.
III. Il nemico che ci fa
L’Europa dei trattati non aveva liturgia. Aveva direttive, fondi strutturali, una moneta e una bandiera che nessuno ha mai baciato. Per decenni le è stato rinfacciato come un difetto; era, forse, la sua virtù migliore. Un’unione nata per rendere la guerra materialmente impossibile poteva permettersi di essere prosaica: la prosa era il programma.
L’Europa del riarmo la liturgia se la sta dando, e la costruisce secondo il manuale classico: per contrasto. Noi siamo ciò che Putin minaccia — ecco il mito fondativo, formulato in negativo come tutti i miti fondativi frettolosi. È lo stesso stampo con cui il nazionalismo tedesco dell’Ottocento si fabbricò contro la Francia: l’identità come reazione, l’appartenenza come trincea. Con una variante che Mosse avrebbe trovato istruttiva: il culto dei caduti, architrave di ogni liturgia bellica, qui è delegato. I morti che consacrano la causa sono ucraini. Il martirio è in outsourcing — consente la mobilitazione emotiva senza il costo del lutto proprio, l’epica senza i telegrammi alle famiglie.
IV. I sonnambuli
Chi arma parla del 1938, di Monaco, del costo dell’esitazione davanti al revisionista. Ma la dinamica che abbiamo sotto gli occhi — blocchi che si consolidano, finestre temporali percepite (“la Russia sarà pronta entro il 2029”), automatismi di pianificazione che stringono la politica, opinioni pubbliche lavorate perché considerino l’inevitabile — è la grammatica dei sonnambuli del 1914: nessuno che voglia la guerra generale, tutti che compiono i passi che la rendono possibile. Nel luglio del 1914 il vero carburante fu il lessico dell’inevitabilità. I cannoni vennero dopo, a riscuotere.
La nostra Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra per memoria. È il testo di chi la liturgia l’aveva vista officiare fino in fondo, dal mito dei caduti ai treni piombati. Ripudiare la guerra significa anche questo, oggi: rifiutare di farsi arruolare nella disposizione d’animo prima ancora che nell’esercito. Non siamo svogliati. Siamo svegli — che dei sonnambuli è l’esatto contrario.
Riferimenti
G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse (1975); Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti (1990).
C. Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra (2012).
K. Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità (1922).
…IN ALTRE PAROLE
Volenterosi di che?
Ci stanno preparando alla guerra. Una parola alla volta.
Avete sentito questa parola: i “volenterosi”. La ripetono al telegiornale come se fosse una squadra di calcio. Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci cosa vuol dire davvero.
Volenteroso è chi ha voglia. Chi ci sta. Quindi se tu non ci stai, cosa sei? Uno svogliato. Un vigliacco. Uno che tira a campare mentre gli altri fanno la cosa giusta. Ecco il trucco, tutto qui: una parola che non spiega niente e giudica tutto. Non ti dice dove andiamo, non ti dice quanto costa, non ti dice chi ci va a morire. Ti dice solo da che parte stai. E se fai una domanda — una domanda semplice, tipo “scusate, ma dove stiamo andando?” — non sei uno che ragiona. Sei uno che non ha voglia. O peggio, sei “amico di Putin”.
Le domande che non si possono fare
Proviamoci, a farle. Quanto ci costa questo riarmo? Quaranta, cinquanta, cento miliardi? E da dove escono? Escono da lì: dalla sanità che aspetta, dalla scuola che cade a pezzi, dalle pensioni, dai treni che in certe zone d’Italia sono ancora un’ipotesi. I soldi non nascono sotto i cavoli. Se li metti nei carri armati, non sono nell’ospedale. È una sottrazione, la sa fare chiunque.
E poi: dove finisce? Perché nessuno lo dice. Ti dicono che dobbiamo essere “pronti”. Pronti a cosa? In alcuni paesi del nord hanno già mandato a casa i libretti su come sopravvivere in caso di guerra. Nelle case. Con le figurine di cosa mettere nello zaino. Questo non è difendersi: questo è abituarsi. È come quando ti fanno vedere una cosa mille volte finché non ti sembra normale.
L’Europa che si è trovata un nemico
Per settant’anni l’Europa è stata una cosa noiosa: le regole sui formaggi, i fondi per le strade, la moneta. Noiosa, sì. Ma era nata per un motivo semplice, dopo due guerre che avevano ammazzato mezzo continente: rendere impossibile che i nostri figli si sparassero addosso di nuovo. Noiosa e viva. Che è meglio di eroica e morta.
Adesso invece l’Europa ha scoperto di avere bisogno di un nemico per sentirsi qualcosa. Non ci uniscono le cose che vogliamo fare insieme: ci unisce la paura. “Noi siamo quelli minacciati da Putin.” E basta, questa è l’identità. È il sistema più vecchio del mondo, lo hanno usato tutti quelli che poi ci hanno portato al macello: se non hai niente da dire alla gente, dagli qualcuno da odiare.
C’è una cosa che dovrebbe farci vergognare, in tutto questo. Ci dicono che gli ucraini muoiono “per i nostri valori”. Ci commuoviamo, mettiamo la bandierina, applaudiamo. Ma i morti li mettono loro. È comodo avere una guerra sacra dove i funerali si fanno a duemila chilometri da casa nostra. Nessuno bussa alla porta di una madre italiana. Per ora.
Quelli che dormivano in piedi
Nel 1914 nessuno voleva la guerra mondiale. Andate a leggere: nessuno. Tutti dicevano di volere la pace, tutti dicevano di doversi solo difendere, tutti facevano un passettino “per sicurezza”. Un passettino ciascuno, e in quattro anni hanno fatto dieci milioni di morti. I nostri bisnonni nelle trincee del Carso, mandati a farsi ammazzare da gente che aveva parlato benissimo. Uno storico li ha chiamati sonnambuli: gente che cammina dormendo e finisce nel burrone.
Anche adesso è così. Nessuno dice “facciamo la guerra”. Dicono che è inevitabile. Dicono che dobbiamo prepararci. Dicono che tanto prima o poi. E questo — proprio questo modo di parlare — è la cosa che ci porta dentro. Nel 1914 le parole vennero prima. I cannoni vennero dopo, a presentare il conto.
Perché nella nostra Costituzione c’è scritto quello che c’è scritto
Articolo 11: l’Italia ripudia la guerra. Non l’hanno scritto degli sprovveduti. L’hanno scritto uomini e donne che tornavano da vent’anni di roba e dai bombardamenti, che avevano visto le città rase al suolo e i treni piombati partire pieni. Sapevano perfettamente come funziona: prima ti riempiono la testa, poi ti riempiono la divisa.
Rifiutare la guerra oggi vuol dire anche questo: non farsi arruolare la testa prima ancora del corpo. Fare le domande. Chiedere i conti. Non vergognarsi di dire che si vuole vivere in pace.
Non siamo svogliati. Siamo svegli — che dei sonnambuli è l’esatto contrario.
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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




