Una pistola per amico

di Antonella Reina

C’è una regola del teatro che tutti conoscono, anche chi a teatro non ci va mai: se nel primo atto compare una pistola appesa al muro, nel terzo atto qualcuno dovrà spararla. Čechov la formulò per gli scrittori sciatti. Erdoğan l’ha applicata alla diplomazia atlantica: al vertice di Ankara, la pistola non l’ha appesa al muro. L’ha messa in valigia. A tutti.

Una Magnum .357 a testa, prodotta in patria, nome del destinatario inciso sul metallo, elegante custodia di legno con bandiera turca e logo NATO, sei proiettili inclusi — non si sa mai che qualcuno dubiti del funzionamento. E, tocco da vero gentiluomo del settore, una lettera che esentava l’arma dai controlli doganali sull’export. Il padrone di casa che ti regala la merce e ti firma pure lo sdoganamento: nemmeno il più zelante rappresentante di commercio arriva a tanto.

Perché di questo si tratta, spogliata la cerimonia dei suoi velluti: un campionario. Sulla scatola, in turco e in inglese, la dicitura orgogliosa: il primo revolver interamente prodotto nel nostro Paese. Il vertice che ha consacrato il 5% del PIL in spese militari non poteva congedarsi con un vaso di maiolica di Kütahya o una scatola di morbido e dolce lokum. Il souvenir doveva essere all’altezza del documento finale. E lo è stato, con una sincerità quasi commovente: avete firmato per le armi, portatevene una a casa. Omaggio della ditta.

Marcel Mauss ci ha spiegato un secolo fa che il dono non è mai gratuito: obbliga, vincola, stabilisce gerarchie. Chi riceve deve ricambiare, e finché non ricambia resta debitore. I capi di Stato e di governo dell’Alleanza sono ripartiti da Ankara con questo debito inciso accanto al proprio nome, calibro .357. Ricambieranno, state tranquilli: in commesse, in droni, in silenzi sulle prigioni turche e sui curdi. Il dono ha già cominciato a lavorare.

E c’è un’ironia più cupa, che nessuno ad Ankara ha avuto il cattivo gusto di nominare. Per Erdoğan la pistola è davvero un’amica, la più fedele: quella che tiene i giornalisti in cella, depone i sindaci eletti, derubrica il dissenso a terrorismo. Chi regala un’arma, in fondo, regala ciò che conosce meglio. Anche questo è un simbolo, e nemmeno troppo cifrato: il vertice delle democrazie celebrato dove la democrazia è agli arresti, con il regalo d’onore a fare da sigillo.

Ma è nel dopo che la storia si fa commedia. Perché i leader dell’Occidente, quelli che le armi le votano, le finanziano, le spediscono con solerzia in ogni angolo del pianeta, davanti a una singola pistola vera, carica, nella propria valigia personale, sono andati nel panico. Consultazioni febbrili, giuristi svegliati nella notte, protocolli sfogliati come breviari. Starmer l’ha lasciata in Turchia, informandone i giornalisti già in volo, con l’aria di chi si è tolto un peso. Merz e Jetten idem. Carney ha trovato il compromesso canadese per eccellenza: la pistola sì, i proiettili no — e si è pure scusato per aver ricambiato con lo sciroppo d’acero, “un po’ misero”. Il belga De Wever si è accorto di viaggiare con un revolver carico solo dopo l’atterraggio, e l’ha consegnato alla polizia aeroportuale come si consegna un ombrello dimenticato. Von der Leyen ha “espresso gratitudine” e poi ha annunciato che l’arma sarà resa inoffensiva e donata a un museo militare: la gratitudine europea in purezza, prendere il dono e disinnescarlo.

La Grecia, va detto, ha trovato la soluzione più lineare di tutte: dritta al museo della guerra di Atene. Almeno lì la filiera è dichiarata, senza passaggi intermedi.

E l’Italia? L’Italia che ripudia la guerra ha fatto ciò che sa fare meglio: ha protocollato. La pistola è stata presa in carico da personale autorizzato, denunciata alle autorità, registrata a Palazzo Chigi tra i doni di rappresentanza, secondo regole che risalgono al 2007. Riposa ora in qualche armadio ufficiale, catalogata, in attesa — dicono le norme — di essere un giorno esposta in mostra o devoluta in beneficenza. Una Magnum in beneficenza: ecco una frase che riassume l’epoca meglio di qualunque documento finale.

Il punto, naturalmente, non è la pistola. È che per una volta il simbolo ha smesso di fare il simbolo e si è presentato in carne e acciaio. Questi stessi leader firmano senza tremare pacchetti da centinaia di miliardi: cifre astratte, colonne di bilancio, l’arma diluita nella contabilità fino a diventare invisibile, inodore, votabile. Poi l’armiere di Ankara gliene mette una in mano — una sola, con il loro nome sopra — e improvvisamente scoprono l’imbarazzo, il protocollo, la dogana, la legge. Le armi vanno bene finché stanno nei documenti e nei cieli degli altri. Nella valigia propria, così spudoratamente esibita, mai.

Čechov, dicevamo. La pistola del primo atto è stata distribuita, incisa, sdoganata. I nostri governanti si illudono di aver risolto lasciandola in Turchia o chiudendola in cassaforte. Ma il teatro non funziona così: la pistola che conta non è quella nella scatola di legno. È quella appesa al muro del vertice, quella del 5% di spesa per il riarmo, e il terzo atto, la guerra mondiale, è già in cartellone. A meno che qualcuno, in platea, non si alzi a chiedere di cambiare copione.

 

Riferimenti

Anton Čechov, lettera ad Aleksandr Lazarev-Gruzinskij, 1° novembre 1889 — da cui il principio drammaturgico noto come “fucile di Čechov”: un’arma mostrata in scena nel primo atto dovrà sparare prima della fine.

Marcel Mauss, Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques, in “L’Année sociologique”, 1925; trad. it. Saggio sul dono, Einaudi, Torino 2002.

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