Il vertice NATO di Ankara

7-8 luglio 2026 · Dichiarazione finale, rassegna stampa internazionale, voci critiche

di Antonella Reina · 9 luglio 2026

Il 36° vertice NATO (Ankara, 7-8 luglio 2026) ha prodotto una dichiarazione di sei paragrafi che riafferma l’articolo 5, conferma la traiettoria del 5% del PIL in spese militari entro il 2035, annuncia oltre 50 miliardi di dollari di nuovi appalti bellici e 70 miliardi di euro di aiuti militari all’Ucraina, e offre copertura politica ex post alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, mai nominata. Il dossier ricostruisce il contenuto della dichiarazione — e i suoi silenzi, da Gaza alla ripartizione degli oneri — attraverso una rassegna stampa in cinque lingue, ne raccoglie le principali letture critiche (il vertice come fiera dell’industria bellica, la contraddizione democratica della sede turca, l’assenza di ogni orizzonte negoziale) e documenta la repressione del dissenso ad Ankara, con oltre duecento fermi denunciati da Human Rights Watch. 

1. Il quadro

Il trentaseiesimo vertice dei capi di Stato e di governo della NATO si è svolto il 7 e l’8 luglio 2026 al complesso presidenziale di Beştepe, ad Ankara, sotto la presidenza del segretario generale Mark Rutte. È il secondo summit ospitato dalla Turchia dopo Istanbul 2004, e il primo dopo tre passaggi che ne definiscono il contesto: l’impegno dell’Aia (2025) a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035; la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, riesplosa proprio nei giorni del vertice con la rottura del cessate il fuoco e nuovi bombardamenti americani su oltre ottanta obiettivi; e l’annuncio del Pentagono di una revisione semestrale della presenza militare statunitense in Europa.

Il vertice è stato preceduto, il 7 luglio, dal NATO Summit Defence Industry Forum, il forum dell’industria bellica transatlantica in cui sono stati annunciati contratti, intese e cooperazioni per decine di miliardi. La sessione dei leader, ridotta a poche ore, è stata costruita — per esplicita ammissione di fonti alleate raccolte dalla stampa — con l’obiettivo primario di evitare uno scontro diretto con il presidente statunitense Donald Trump.

2. La dichiarazione finale in sintesi

La dichiarazione di Ankara è un documento volutamente breve: sei paragrafi, una pagina, sul modello asciutto già adottato all’Aia nel 2025, pensato per ridurre al minimo i punti di possibile dissenso. Se ne dà qui la sintesi punto per punto.

2.1 Articolo 5 e legame transatlantico

I 32 leader riaffermano l’impegno «ferreo» (ironclad) alla difesa collettiva prevista dall’articolo 5 del Trattato di Washington — un attacco a uno è un attacco a tutti — e l’approccio «a 360 gradi» alla deterrenza e alla difesa, con il richiamo retorico al miliardo di cittadini dell’Alleanza di nazioni «libere e democratiche». La collocazione della formula in apertura del documento, secondo la ricostruzione de Le Grand Continent, rispondeva all’esigenza politica di farla sottoscrivere pubblicamente a Trump, che ne aveva più volte messo in dubbio la cogenza.

2.2 Russia, terrorismo e attuazione dell’impegno dell’Aia

La Russia è definita minaccia a lungo termine per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica, affiancata dalla «minaccia persistente» del terrorismo. Gli alleati dichiarano di stare attuando l’impegno dell’Aia: nel solo 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato gli investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. Ad Ankara vengono annunciati oltre 50 miliardi di dollari di nuovi appalti, l’espansione della capacità manifatturiera collettiva, la collaborazione con l’industria per accelerare l’innovazione e l’impegno a eliminare le barriere commerciali sulla difesa tra alleati — quest’ultimo punto costituisce la principale vittoria negoziale della Turchia, che punta a rientrare nei programmi europei di armamento (SAFE) e nel programma F-35.

2.3 «Un’Europa più forte in una NATO più forte»

È il paragrafo della cosiddetta NATO 3.0: gli alleati europei e il Canada, «lavorando con gli Stati Uniti», si assumono maggiore responsabilità per la difesa dell’Alleanza. La deterrenza continua a poggiare su un mix di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da assetti spaziali e cibernetici, con investimenti dichiarati in strike di precisione in profondità, difesa aerea e missilistica integrata, sistemi senza pilota e tecnologie emergenti. È la formalizzazione del trasferimento di oneri dagli Stati Uniti all’Europa.

2.4 Ucraina

Gli alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento per il 2026, con l’impegno a mantenere un livello almeno equivalente per il 2027. Sul piano politico, la dichiarazione riconosce Kiev come «security contributor» dell’area euro-atlantica: una formula finora evitata perché attinente ai criteri valutati per l’adesione. Nessun passo avanti, invece, sull’ingresso dell’Ucraina nella NATO. A margine, Trump ha annunciato la concessione a Kiev della licenza per produrre i sistemi antimissile Patriot.

2.5 Iran e Stretto di Hormuz

Gli alleati ribadiscono che l’Iran «non dovrà mai avere un’arma nucleare» e chiedono a Teheran il pieno rispetto della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Nel contesto della guerra in corso, il paragrafo funziona come copertura politica ex post all’operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele, che non viene mai nominata.

2.6 Chiusura e silenzi

Il documento si chiude con i ringraziamenti protocollari alla Turchia. Rilevante è soprattutto ciò che manca: nessuna menzione di Gaza né del Mediterraneo orientale; nessun riferimento alla cooperazione militare con Israele; nessuna cifra vincolante sulla ripartizione del 5% tra i singoli Paesi, sostituita dal rinvio a «piani chiari, concreti e credibili» nazionali verso il 2035; nessuna certezza nemmeno sul prossimo vertice, con l’appuntamento albanese del 2027 divenuto incerto. Il silenzio è parte del testo.

3. I numeri del riarmo

I dati emersi dal vertice compongono il quadro di uno sforzo economico senza precedenti. La spesa media per la difesa di NATO Europa e Canada è passata dal 2,3% del PIL nel 2025 al 2,53% nella prima parte del 2026 (gli Stati Uniti dichiarano il 3,17%). La Polonia guida la classifica con il 4,3%, seguita da baltici e nordici tra il 3 e il 4%. Nel decennio, secondo il segretario generale Rutte, europei e Canada hanno speso 1.200 miliardi di dollari aggiuntivi in difesa. L’Unione europea ha rivendicato al vertice la mobilitazione di 800 miliardi di euro entro il 2030 per la base industriale della difesa. A ciò si aggiungono i 50 miliardi di nuovi appalti annunciati ad Ankara, i 70 miliardi per l’Ucraina, i 24 miliardi stanziati dalla Turchia per il proprio sistema di difesa aerea «Cupola d’Acciaio» e un prestito europeo da 60 miliardi nel biennio 2026-2027. Per l’Italia, le stime di stampa collocano il costo del percorso dal 2% al 5% oltre i 100 miliardi.

4. Rassegna stampa internazionale

4.1 Stampa anglofona

Al Jazeera colloca il vertice «in un momento particolarmente turbolento», dopo tre mesi di guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e registra un Trump che ha usato le apparizioni pubbliche per attaccare gli alleati ritenuti non collaborativi contro Teheran e per rilanciare le rivendicazioni sulla Groenlandia, respinte dalla premier danese Frederiksen («la Groenlandia non è in vendita»). Il Kyiv Post legge il summit come un successo per Kiev, tra il riconoscimento di «security contributor» e la licenza sui Patriot, pur rilevando che l’ostacolo di fondo all’adesione — l’assenza di consenso interno — resta intatto. Il rapporto del Congressional Research Service documenta i timori di alcuni governi alleati che le operazioni militari statunitensi contro l’Iran producano ritardi negli approvvigionamenti a scapito dell’assistenza all’Ucraina. La cinese CGTN, prevedibilmente critica, sottolinea che il vertice non ha risolto i disaccordi di fondo su spese, ripartizione degli oneri e Ucraina, e riporta la minaccia di Trump di ritirare tutte le truppe americane dall’Europa.

4.2 Stampa francofona

Le Grand Continent coglie il senso politico della messinscena: l’obiettivo primario degli alleati era evitare uno scontro diretto con Trump, al punto da collocare la riconferma dell’articolo 5 in apertura del documento perché il presidente americano la sottoscrivesse pubblicamente. L’AFP legge Ankara come vetrina per le 3.500 aziende dell’industria bellica turca — undicesima al mondo — con Erdoğan che chiede l’accesso al programma europeo SAFE da 150 miliardi e la rimozione delle sanzioni sull’F-35, e registra le resistenze di Francia e Germania. Sul versante dell’opinione, Front Populaire rovescia la prospettiva richiamando la scelta di De Gaulle di sottrarre la Francia alla «subordinazione» NATO e chiedendosi se non sia giunta l’ora di allontanarsi dall’orbita geostrategica americana.

4.3 Stampa ispanofona

Nella stampa spagnola domina il caso Madrid. Trump ha definito la Spagna «una causa persa» e «un socio terribile», minacciando la rottura delle relazioni commerciali, per una doppia colpa: il rifiuto di concedere le basi di Rota e Morón e lo spazio aereo per l’operazione «Epic Fury» contro l’Iran, e l’assenza di un piano credibile verso il 5% (Madrid si è fermata al 2%, pur triplicando il bilancio rispetto al 2018). Il premier Sánchez ha risposto di accogliere le critiche «con calma e pazienza», ricordando che le relazioni commerciali sono competenza della Commissione europea. El Salto — testata critica verso il riarmo — sottolinea la coincidenza più stridente del vertice: Washington ha bombardato oltre ottanta obiettivi in Iran proprio nella notte del summit, dopo gli attacchi iraniani a navi commerciali dirette a Hormuz, mentre ad Ankara si celebrava la «pioggia di contratti multimiliardari».

4.4 Stampa tedesca e germanofona

L’emittente svizzera SRF firma l’analisi più lucida sul vuoto strategico: alla NATO viene meno la potenza-guida, e per la prima volta si pone la domanda su chi darà il tono nell’alleanza — forse la Germania, il cui cancelliere Merz evoca uno «spirito di Ankara» che resta però «nebuloso». La ZDF racconta il vertice come teatro: un copione in tre atti che Trump ha riscritto da solo, con un’unità più esibita che reale. T-online incorona il vero vincitore politico, Erdoğan, per il quale il solo arrivo di Trump ad Ankara costituiva già un successo, a prescindere dalla dichiarazione finale. Il commento più affilato è di WEB.DE: i leader occidentali hanno tenuto il vertice in un Paese sempre più autoritario, subendo la ripresa di una guerra scatenata da un loro stesso membro; secondo lo storico Dawid Bartelt (Fondazione Böll, Istanbul), la Turchia «ha ormai abbandonato la base politico-morale dell’alleanza». Sul piano istituzionale, il memo della DGAP inquadra il vertice nell’operazionalizzazione del 5% e nella «Lastenverlagerung», il trasferimento ordinato di oneri dagli USA all’Europa.

4.5 Stampa italiana

L’ANSA sintetizza il vertice nel motto della dichiarazione — «un’Europa più forte in una NATO più forte» — leggendovi la nascita della «NATO europea» con l’incognita Trump, e registra il formato E5 come possibile direttorio della nuova alleanza, con Berlino in cerca della sponda italiana per controbilanciare Parigi. La premier Meloni ha spostato l’accento dal quanto al cosa: «il punto non è quanto investiamo, ma in cosa investiamo», ponendo il tema del controllo delle filiere della difesa. Tra le analisi, Insidertrend rileva come il focus del vertice sia stato l’industria bellica, «un modo per accontentare Washington» con commesse miliardarie all’industria americana, e definisce eufemistica la parola «prestito» per i 60 miliardi europei. Treccani Atlante sottolinea l’impopolarità potenziale del 5% «in un momento non facile per l’economia europea».

5. Le voci critiche

Dalla rassegna emergono almeno cinque linee di critica trasversali alle aree linguistiche. La prima riguarda la natura del vertice: ridotto a una sessione di poche ore e a una dichiarazione «liofilizzata», è stato costruito — osserva l’analista spagnolo Gustavo de Arístegui — secondo una logica di «contenimento psicologico» del proprio principale Stato membro; un’alleanza che adatta il calendario istituzionale per minimizzare la probabilità statistica di uno scontro con Washington, scrive, «non sta razionalizzando l’agenda: sta confessando la propria paura». La seconda riguarda la trasformazione del summit in fiera commerciale: la centralità del Defence Industry Forum e della «pioggia di contratti» segnala lo slittamento dell’alleanza politico-militare verso un consorzio di procurement, in cui il consenso si compra con le commesse. La terza è la contraddizione democratica: il vertice di un’alleanza che si dichiara comunità di valori si è tenuto in un Paese in accelerazione autoritaria, mentre uno dei suoi membri riprendeva unilateralmente una guerra non deliberata da alcun organo alleato. La quarta è l’assenza di qualunque orizzonte negoziale: nella dichiarazione non compare la parola pace se non come effetto della deterrenza. La quinta, infine, riguarda i costi sociali del 5%, evocati da più parti come fattore di impopolarità e di tensione con i bilanci del welfare.

6. La repressione del dissenso ad Ankara

Un capitolo rimasto ai margini della grande stampa merita attenzione particolare. In vista del vertice, la prefettura di Ankara ha disposto il divieto totale di manifestazioni, cortei e persino volantinaggi in tutta la provincia dal 28 giugno al 10 luglio 2026. Nelle due settimane precedenti si erano svolte proteste contro la NATO a Istanbul, Ankara e Smirne, guidate da sindacati e organizzazioni della società civile contro l’aumento dei bilanci militari e le politiche di espansione dell’Alleanza. Secondo Human Rights Watch e organizzazioni locali per i diritti, le operazioni «antiterrorismo» e le retate contro i manifestanti hanno portato al fermo di oltre duecento persone, tra cui attivisti, avvocati e giornalisti. Il vertice che riafferma la libertà del miliardo di cittadini dell’Alleanza si è dunque svolto in una capitale in cui la libertà di riunione era sospesa per decreto: un dato che il Comitato può utilmente porre al centro della propria comunicazione.

7. Il commento: dal vincolo transatlantico alla servitù militare

A una lettura ravvicinata, quello uscito da Ankara è un documento strategico solo per modo di dire: non contiene una strategia, contiene impegni di spesa. Il primo punto ribadisce la deterrenza — una formula in cui ormai crede più il documento che gli Stati che lo firmano — mentre tutti gli altri non impegnano la NATO in quanto tale, ma gli alleati europei più il Canada, a comprare armi per sé e per l’Ucraina.

Lo scambio politico al centro del vertice è leggibile in controluce. Il penultimo paragrafo consegna agli alleati l’impegno a garantire lo stato non nucleare dell’Iran e la libera navigabilità di Hormuz: «l’Iran non deve avere un’arma nucleare» è stato il mantra di una due giorni che ha fatto letteralmente da contorno al NATO Summit Defence Industry Forum, il vero evento centrale di Ankara. In cambio di questo riconoscimento, Trump ha consentito l’inserimento in dichiarazione dell’impegno verso l’Ucraina — riconosciuta contributrice della «sicurezza transatlantica», con il sostegno «incrollabile» alla sua libertà, sovranità e integrità territoriale — finanziato con 140 miliardi di euro in due anni, destinati a stabilizzarsi come contributo «equo, sostenibile e prevedibile». Ma se l’Ucraina contribuisce, per stessa ammissione americana, alla sicurezza di tutta la NATO e non solo dell’Europa, saranno comunque solo europei e canadesi a mettere mano al portafoglio. E a comprare armi americane — che, secondo il Forum, verranno in parte prodotte anche in Europa. Resta da capire se la Turchia sarà considerata Europa: cioè se verrà inclusa nella lista clienti dell’apparato militare-industriale americano o se le verrà riconosciuto lo status di produttore.

Per tenere in piedi questo impegno all’acquisto serve un nemico di lungo periodo, e il secondo paragrafo lo fornisce: la Russia, affiancata dal «terrorismo» — categoria abbastanza elastica da coprire, all’occorrenza, la resistenza palestinese e l’intero asse mediorientale. La narrazione della minaccia esistenziale russa alle porte d’Europa, per quanto logorata, resta funzionale: una menzogna che funziona non si molla. Il risultato è che i cittadini europei sono chiamati a rinunciare a pezzi di sanità pubblica per finanziare salari, occupazione e profitti della base industriale americana in via di rilancio.

Da qui due conclusioni. La prima: il vertice di Ankara ha trasformato — o meglio, ha portato a piena realizzazione — il vincolo transatlantico come rapporto di tipo coloniale, in cui il dominus impone ai clientes una tassa, una servitù militare, funzionale al rilancio della propria base industriale. Non è una degenerazione del vincolo: è il vincolo stesso, giunto a maturazione. La seconda è una domanda di semplice aritmetica civile: con i 189 miliardi di dollari messi in fila ad Ankara tra nuovi appalti e aumenti di investimento, più i 140 miliardi di euro in armi per l’Ucraina, quanti posti di lavoro si sarebbero creati in Europa? Quanti ospedali, quanti asili? Quante famiglie e imprese si sarebbero potute aiutare, quanti Paesi salvare dalla fame? È la domanda che la dichiarazione di Ankara non si pone — ed è esattamente quella che il Comitato deve continuare a porre.

8. Una lettura alla luce dell’Articolo 11

Il vertice di Ankara consolida tre paradossi. Primo: la traiettoria del 5% entro il 2035, riconfermata con l’obbligo di «piani credibili» nazionali, entra in tensione strutturale con l’articolo 11 della Costituzione e con la destinazione sociale della spesa pubblica, e va contrastata nel merito — a partire dal dibattito parlamentare italiano — prima che i piani nazionali la rendano irreversibile. Secondo: il paragrafo su Iran e Hormuz mostra il meccanismo con cui l’Alleanza fornisce copertura politica retroattiva a guerre decise unilateralmente da singoli membri, senza deliberazione e senza nominarle; è la negazione del metodo multilaterale che la NATO rivendica a parole. Terzo: la saldatura tra vertice politico e forum industriale (militare) rende esplicito ciò che i nostri editoriali sostengono da tempo, ossia che il riarmo è anche — e forse anzitutto — un modello di profitto. 

9. Fonti

NATO, The Ankara Summit Declaration, 8 luglio 2026, nato.int.

NATO, Overview – 2026 NATO Summit in Ankara, nato.int.

Al Jazeera, Five key takeaways from the NATO summit in Ankara, 8 luglio 2026.

Kyiv Post, NATO Summit in Ankara Deemed Success as Kyiv Becomes ‘Security Contributor’, 8 luglio 2026.

Congressional Research Service, NATO: Issues for the July 2026 Ankara Summit, R49018, luglio 2026.

CGTN, Ankara summit shows NATO unity fragile as divisions persist, 9 luglio 2026.

Le Grand Continent, Le sommet de l’OTAN s’ouvre à Ankara. Quels sont les points à suivre ?, 7 luglio 2026.

AFP/Boursorama, OTAN: le sommet d’Ankara, une occasion en or pour l’industrie de défense turque, 6 luglio 2026.

Front Populaire, Pourquoi un sommet de l’OTAN à Ankara est une ineptie, 8 luglio 2026.

Infodefensa, Trump insiste, tras finalizar la Cumbre de Ankara, que España se ha portado ‘muy mal’, 8 luglio 2026.

El Salto, Más gasto militar y las salidas de tono de Trump: claves de la cumbre de la OTAN en Ankara, 8 luglio 2026.

Bastión, El aliado incómodo: España ante la cumbre de Ankara, luglio 2026.

SRF, Bilanz NATO-Gipfel: Der Geist von Ankara ist noch nebulös (F. Gsteiger), 8 luglio 2026.

ZDFheute, Trump sprengt beim Nato-Gipfel das Drehbuch (I. Schaefers), 9 luglio 2026.

t-online, Trump wütet, Erdoğan gewinnt e Die fünf wichtigsten Punkte der Nato-Erklärung von Ankara, 8-9 luglio 2026.

WEB.DE Magazine, Gipfel in Ankara: Erdogan, Trump und die gefährliche Nato-Illusion, 9 luglio 2026.

DGAP, NATO-Gipfel in Ankara: Ein Wegweiser (A. Matlé, P. Keller), luglio 2026.

Konrad-Adenauer-Stiftung, NATO-Gipfel in Ankara in turbulenten Zeiten, luglio 2026.

ANSA, Al vertice di Ankara nasce la Nato europea, incognita Trump (M.B. Bagnoli), 5 luglio 2026.

Insidertrend, DIFESA, vertice NATO di Ankara. Chiacchiere e soldi (G. Morabito), 8 luglio 2026.

TPI, I risultati del Vertice Nato ad Ankara, 8 luglio 2026.

Treccani Atlante, Il vertice di Ankara e la nuova NATO, luglio 2026.

Atalayar, A momentous summit at a momentous time with inconsequential conclusions (G. de Arístegui), 8 luglio 2026.

Human Rights Watch, Türkiye: Crackdown Ahead of Summit, 25 giugno 2026; Wikipedia, 2026 Ankara NATO summit (per il quadro delle proteste e dei fermi).

Comitato Articolo 11 · Dossier vertice NATO Ankara 2026 · pag.

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