
L’attacco all’Iran e il Nuovo Caos mondiale
Il re è morto, viva il re. Mai modo di dire fu così calzante come oggi. Morto un ayatollah se ne fa un altro e Trump è pronto a parlare con la leadership subito riorganizzata. Saranno migliori di lui? Negozieranno una transizione democratica dell’Iran o, come sembra, si radicalizzeranno ulteriormente e inaspriranno la repressione? O Trump cercherà solo di assicurarsi il petrolio iraniano, come ha fatto in Venezuela? Una cosa è certa: un processo democratico è qualcosa di complesso a cui tutto un popolo dovrebbe partecipare, e i presidenti americani sono più esperti di colpi di stato dittatoriali che di democrazia. Trump invoca la ribellione degli iraniani, e in particolare delle minoranze, come se si trattasse di un videogame in cui si elimina il cattivo e vincono i buoni.
Chi festeggia oggi la morte di Khamenei forse non ha ben colto che l’Iran è una repubblica e non una monarchia assoluta né una dittatura nel senso di concentrazione dei poteri: sarà pure una tirannia sanguinaria, ma il potere non era nelle mani di un solo uomo, soprattutto dopo la cosiddetta guerra dei dodici giorni, che avrà pur fatto capire come organizzarsi per ogni eventualità, e dopo i diversi segnali degli ultimi mesi che erano tutt’altro che criptici. Non c’era da chiedersi se, ma solo quando avrebbero attaccato. E nessun governo è così ingenuo da non prepararsi.
Sembra proprio di capire che il quando non abbia avuto a che fare né con la malvagità del regime (sarebbero intervenuti a gennaio, durante le manifestazioni represse nel sangue!), né con i rapporti con l’Iran e l’urgenza di fermare un processo di riarmo, visto che questo dura da decenni ed erano in piene trattative sospese solo per il week end: per l’Iran promettevano bene, il mediatore dell’Oman parlava di passi avanti, mentre Trump non era contento, voleva vincere a braccio di ferro senza che l’altro opponesse alcuna resistenza. L’appuntamento per questa settimana a Vienna era solo un bluff: evidentemente Netanyahu aveva già convinto Trump a usare altri metodi, perché gli obiettivi sono altri. Trump sta riuscendo a distogliere l’attenzione mondiale dai files Epstein (solo due giorni prima Hillary Clinton aveva chiesto che il presidente venisse chiamato a testimoniare); non importa se quest’ennesima guerra gli fa perdere consenso, in vista delle midterm, perché sta programmando di eliminare nuove elezioni col pretesto dell’emergenza, lezione appresa da Zelensky e Netanyahu. Il quale invece è quello che si porta a casa il premio maggiore: l’annessione totale della Cisgiordania, preparata a tavolino dalla Knesset con una nuova risoluzione che consentirà di registrare i territori occupati dell’Area C (circa la metà della Cisgiordania) come terre statali israeliane, per costruirci zone residenziali per gli ultra-ortodossi. Salvo che i palestinesi dimostrino la proprietà delle terre, ma è quasi certo che i documenti siano andati persi o distrutti dopo decenni di occupazione e guerra, o forse non verrebbero neanche riconosciuti legalmente. Trump si era opposto all’annessione della Cisgiordania, ma Israele ha trovato l’escamotage per prendersela senza usare quella parola, anche perché è un’annessione territoriale che prevede un’epurazione etnica, quindi bisognerebbe inventare una nuova espressione per definirla. Nel frattempo non si parla più di Gaza, di nuovo bloccata per la chiusura del valico di Rafah. In tal modo Israele arriverà fino alla Giordania la quale, intenta a proteggerlo dai missili iraniani che necessariamente sorvolano il suo territorio, dovrebbe forse cominciare a preoccuparsi. Dall’altro lato, pare stia già iniziando l’invasione di terra in Libano, Beirut è nel caos.
Insomma, Israele festeggia il Purim ampliando l’espansione su più fronti.
La guerra durerà quattro giorni, dice Trump, ma dopo due giorni i quattro giorni sono diventati già quattro settimane (indipendentemente dalla disponibilità ai colloqui da parte iraniana), previste dall’alto della sua grande esperienza strategica: “è sempre stato un processo di quattro settimane”. Il Paese è grande, ci vorranno quattro settimane o meno”. Ma quattro settimane per cosa? Quali sono gli obiettivi strategici e politici, esattamente?
Nel frattempo, le armi più sofisticate del mondo non riconoscono scuole e ospedali dalle caserme (ci dobbiamo ancora credere?) e fanno stragi che passano in secondo piano: tutto sta a capire da quale delle propagande sarà utilizzato il martirio di un centinaio di bambine.
Si estende la guerra non solo mediatica: il Regno Unito è direttamente coinvolto perché ha offerto la base militare a Cipro, la Francia si infila di corsa nella guerra per “difendere i propri interessi” e partecipare alla spartizione del bottino, l’Italia, tanto amica di Trump da non essere almeno allertata, cerca di recuperare il suo ministro della difesa che si trovava nella zona di guerra ma non per la guerra e l’unica cosa su cui si esprime è la risposta dell’Iran sulle basi americane, “ingiustificabile”, che suona strano dopo che ha giustificato e sostenuto il diritto alla difesa, con due anni di genocidio, da parte di un paese non attaccato militarmente da un altro stato.
L’Unione Europea per voce della Von der Leyen dà la sua benedizione. La Cina, obiettivo collaterale dell’attacco, è l’unica che difende ormai il diritto internazionale inventato e sbandierato da Occidentee dallo stesso clapestato.
I danni sono seri da entrambe le parti in guerra, ma non se ne può sapere l’entità né il numero dei morti, come sempre nelle guerre attuali. La notizia dell’uccisione delle almeno 148 bambine gli deve essere proprio sfuggita dalle mani.
L’opinione pubblica si divide come al solito nel tifo per una parte o per l’altra, senza comprendere la complessità e delicatezza della situazione e ricordarsi come siano finite le altre guerre condotte dagli Stati Uniti sotto il pretesto della libertà, in Afghanistan, dove le donne continuano a indossare il burqa e non poter studiare dopo anni di guerra, in Siria, dove il fatto che il presidente sia un ex isis non garantisce certo la democrazia. Ma l’Iran è un’altra cosa.
Questa guerra ha stappato una bottiglia che potrebbe avere effetti ben oltre ciò che si pensa. Il presidente dell’Iran, Pezeshkian, reclama il suo diritto a vendicare la morte di Khamenei, le piazze delle città che il mainstream non ci mostra sono ancora piene di suoi sostenitori, anche se Trump sostiene che i pasdaran siano stati annientati, non è chiaro chi e come potrebbe prendere il potere per una transizione, che teoricamente potrebbe risolvere tutte le finalità della guerra.
Di una cosa però possiamo essere sicurissimi: dell’impennata dei prezzi del petrolio con conseguenze pesanti sulla vita quotidiana di noi comuni mortali che non investiamo sul petrolio e sulle armi. Nel frattempo che gli iraniani sperano in un cambiamento, altri avranno realizzato guadagni esorbitanti. E noi pagheremo i loro profitti e non la libertà di un popolo.
(Immagine di copertina di Carlos Latuff)
DONA IL TUO 5x1000
Al Comitato “Art.11 – L’Italia ripudia la guerra – OdV”
Un gesto gratuito che dà voce alla pace.
Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




