INVENTARE L’AVVENIRE

Gli attivisti di Art.11 alla manifestazione di Napoli

Si è svolta a Napoli sabato 20 giugno la manifestazione che nel titolo ampio e propositivo “Inventare l’avvenire” unisce la protesta contro i CPR, contro la guerra e il razzismo alla richiesta dei diritti al lavoro, alla sanità, alla casa, alla facilitazione dei permessi di soggiorno, appunto per costruire un futuro basato sulla giustizia sociale per tutti.

Indetta dal Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli, pubblicizzata in otte lingue diverse, la manifestazione ha preso inizio a Piazza Garibaldi in un tripudio di colori e musiche di ogni parte del mondo. Una ritmata allegria accompagnata da consapevolezza e determinazione alla lotta per riaffermare il diritto alla libertà e alla vita contro i centri di detenzione e morte.

Un corteo di 15.000 persone con striscioni e cartelli che rivendicano diritti ha sfilato ordinatamente per il centro di Napoli fra canzoni, slogan e interventi, con un servizio d’ordine efficientissimo, che fa lasciare corridoi di attraversamento per i pedoni quando ci si ferma agli incroci, con la distribuzione di bevande fresche e persino la raccolta della plastica.

Alla testa del corteo le donne, procreatrici di futuro: vestite di abiti tradizionali con copricapi di ogni genere, ma tutti coloratissimi, con i loro bambini portati nei modi più svariati o nelle carrozzine, hanno affrontato il caldo di Napoli accolte dal calore dei napoletani. Dietro gli uomini, giovani e meno giovani, dai più diversi caratteri somatici. Dappertutto tanta solidarietà interetnica: una donna bionda fa ombra con il suo parasole a una mamma col velo che trasporta due bambini, uno in carrozzina e l’altro sulla spalla. Ci si scambia cibi e bevande delle più distanti regioni geografiche, spiegando di cosa si tratta e come si preparano; ci si aiuta a sopportare il caldo, a ritagliarsi uno spazio all’ombra, a sedersi da qualche parte.

La moltitudine sfocia infine in Piazza del Plebiscito, dove si sono tenuti gli interventi delle diverse realtà che hanno aderito.

Uno spaccato di vita multiculturale che vuole bruciare i CPR col fuoco della solidarietà e dell’affermazione dei diritti.

Attualmente i CPR (Centri di permanenza per i rimpatri) sono più che mai centri di deportazione militarizzati, chiusi e invisibili, dove “la sospensione dei diritti fondamentali non è un’eccezione ma la regola”, come afferma Emergency, presente alla marcia.In quanto tali rappresentano un buco nero nello stato di diritto: vi vengono rinchiusi extracomunitari semplicemente perché privi di un titolo di soggiorno, in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione. Le persone trattenute non hanno commesso reati, ma vengono private della libertà per una condizione amministrativa. Condizione creata, peraltro, dalle stesse politiche antimigratorie che negano il permesso di entrare regolarmente nel territorio italiano, in contrasto con lo stesso concetto di “libertà di circolazione di persone e merci” (poste non casualmente sullo stesso piano, ma certamente le merci godono di maggiori diritti rispetto alle persone) che aveva veicolato la propaganda neoliberista e alla base dell’Unione Europea.

Nei decenni i CPR hanno cambiato nome e normativa,ma l’attenzione legislativa si è concentrata prevalentemente sulla detenzione e sui suoi tempi, rendendo di fatto inefficace il sistema come strumento di controllo delle migrazioni irregolari e confermando l’esclusivo intento di deterrenza e castigo dei nuovi arrivi.

L’isolamento, la spersonalizzazione e il degrado che imperversano in questi luoghi (o per meglio dire non-luoghi) li rendono più simili ai lager di triste memoria che a centri in cui si faccia rispettare la legge, e le diverse morti in essi avvenute lo dimostrano: almeno 45 persone dal 1998 al 2024, in aumento negli ultimi anni. Alcuni si suicidano, spinti evidentemente dalle circostanze, ma i decessi avvengono sempre in contesti di grave negligenza sanitaria e di violenza. Oltre che la morte fisica, le condizioni di detenzione inducono anche la “morte istituzionale”, caratterizzata da carenza di cure mediche, uso massiccio di psicofarmaci come controllo sociale e violenze fisiche definibili come vere e proprie torture.

La necessità di protestare e richiedere la chiusura dei CPR è sempre più impellente, giacché nonostante le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti, il governo italiano ha previsto l’apertura di nuovi centri, mantenendo il limite massimo di trattenimento a 18 mesi: un anno e mezzo per togliere ogni speranza e portare alla disperazione.

Fra i nuovi centri previsti si distingue il progetto di costruzione del CPR di Castel Volturno: una struttura di detenzione da 120 posti, per la cui realizzazione c’è un appalto milionario, concepita secondo il modello del Panopticon, il “carcere modello” di ideazione inglese, ma realizzato solo nel Regno Borbonico nel Settecento (isola di Santo Stefano, Ventotene). Caratterizzato da moduli radiali a sorveglianza centralizzata, era futuristico dal punto di vista dei diritti umani tre secoli fa, giacché evitava di tenere i detenuti incatenati, come era normale; ma un CPR non dovrebbe neanche lontanamente assomigliare a un carcere, tanto meno settecentesco. Invece nel progetto compare l’inquietante termine “confinamento” e una gestione della libertà su più livelli, modulata in base alla situazione legale e al grado di “ostilità” della persona imprigionata: criminalizzazione a priori per persone che non hanno commesso alcun reato.

Uno spazio di negazione del diritto, cui lo Stato sfugge appaltando a privati la gestione dei CPR, su affidamento delle Prefetture: dilaga così la corruzione, come dimostra il processo penale in corso che vede imputato “il sistema Palazzo San Gervasio” per reati come tortura, distrazione di fondi pubblici, truffa ai danni dello Stato e malversazioni di ogni tipo da parte dell’ente gestore privato e delle forze dell’ordine in servizio all’interno del CPR.

Ciò aumenta a dismisura il costo umano e lo sperpero di risorse pubbliche, svelando una politica strutturalmente razzista e repressiva che non vuole risolvere problemi ma sfruttare da un lato la propaganda contro l’immigrazione, dall’altro lato il lavoro nero, che pesca nella situazione migratoria continuando a fare vittime senza essere perseguito. Due facce della stessa medaglia ancor più intrisa di sangue nelle terre del Sud, attraversate dalla presenza di un’istituzione che individua luoghi, li destina all’isolamento, trova connivenze e realizza senza veli la sua natura violenta.

Intanto entra in vigore il Nuovo Patto Europeo Immigrazione, che non farà altro che aumentare la criminalizzazione del migrante, lo scaricabarile fra paesi UE, il respingimento delle richieste d’asilo nonché il ricorso allo strumento della detenzione amministrativa.

Per quanto detto, è chiaro che come Comitato Art. 11 – “L’Italia ripudia la guerra” abbiamo aderito alla manifestazione, perché la pace è anche rifiuto di quella violenza istituzionale rappresentata dai CPR. La loro chiusura è una scelta di pace interna per restituire dignità ai migranti, contro ogni logica di costruzione del nemico; è un atto politico per affermare che la sicurezza non nasce dalla reclusione, ma dalla giustizia sociale.

L’Italia che ripudia la guerra non può e non deve trasformare le vittime in colpevoli.

Chiudere i CPR significa anche riconoscere la responsabilità internazionale di un Paese che partecipa a conflitti vendendo armi, causando milioni di profughi che non possono far altro che premere sulle stesse frontiere dei propri aguzzini. La guerra che esportiamo rientra dalla finestra trasformata in burocrazia, in detenzione amministrativa, in sospensione dei diritti: ripudiarla significa anche ripudiare le sue conseguenze, le sue frontiere armate e i suoi campi di detenzione, le diseguaglianze, le discriminazioni, le torture e le ingiustizie.

Chiudere i CPR non è solo una battaglia umanitaria, ma un atto di costruzione di pace, un atto di ripristino della legalità costituzionale, un atto di dignità.

Articolo e foto di Saba Di Gioia, Teresa Stefanelli e Vilia Speranza

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