Ripudiare la guerra e poi continuare a esportare le armi

Editoriale di Giovanni Valentini (giornalista barese, già direttore di diverse testate giornalistiche) su “Il Fatto Quotidiano” del 6 giugno 2026.

“Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti”
(dall’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV)

Per un Paese che “ripudia la guerra – secondo l’articolo 11 della Costituzione – come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, l’export di armi può diventare un grosso affare molto delicato.
Così è per l’Italia che – come ha già riferito questo giornale – dal 2021 al 2025 ha registrato un “boom”, incrementando del 157% le esportazioni rispetto al quinquennio precedente e salendo dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale.
Ma il dato ancor più significativo riguarda le destinazioni: oltre la metà della produzione di armamenti “made in Italy” è stata diretta verso quella polveriera che è il Medio Oriente, pari al 59% del totale.
“La distanza geografica non elimina la prossimità giuridica e quindi la responsabilità penale di queste esportazioni”, sostiene Roberto De Vita, avvocato e professore presso la Scuola della Guardia di Finanza, autore di un approfondito studio con l’avvocato Antonio Laudisa.
E spiega: “Quando una guerra si combatte lontano, è facile percepire come distante anche la responsabilità di ciò che accade in quei luoghi. Al contrario, quando i conflitti generano atrocità sistematiche, la responsabilità per quei morti e quelle devastazioni può risalire anche verso i Paesi non coinvolti direttamente nel conflitto ma che abbiano alimentato il sistema di armamenti dei belligeranti”.
Questo è senz’altro il caso della guerra Israele-Palestina, con il genocidio nella Striscia di Gaza.
“Nel commercio internazionale di armi – sottolinea De Vita – la distanza fra il luogo del conflitto e quello della decisione può essere solo apparente”.
Gli esempi non mancano:
un ordigno impiegato in un conflitto può essere stato prodotto in Italia;
un componente può essere partito da uno stabilimento nazionale;
una fornitura può essere stata preceduta da una richiesta di licenza, da un certificato di uso finale, da un’istruttoria amministrativa, da una valutazione sul Paese destinatario e sul rischio di impiego.
È all’interno di questa “catena” che l’export di armamenti smette di essere una questione soltanto industriale, commerciale o diplomatica.
E può diventare giuridica e penale.
Tanto più quando comprende aerei, missilistica, veicoli terrestri, munizioni, armi e sistemi d’arma, apparecchiature elettroniche, software.
“Non si tratta, dunque, di forniture marginali o di semplice minuteria tecnica – commenta De Vita – ma di materiali, servizi e tecnologia in grado di incidere direttamente sulla capacità operativa e industriale degli acquirenti”.
A livello sovranazionale, sono due gli organismi preposti al controllo delle responsabilità in questo campo, rispettivamente quelle degli Stati o quelle individuali per i crimini più gravi: la Corte internazionale di Giustizia e la Corte penale internazionale.
Ma, secondo lo studio citato, “quando una parte della condotta si realizza in Italia anche il giudice penale può essere chiamato a interrogarsi su ciò che è avvenuto prima che la guerra diventasse teatro di atrocità”.
La conclusione del professor De Vita equivale a un ammonimento:
“In un mercato globale degli armamenti, la responsabilità non si ferma alla frontiera doganale e non si dissolve nel momento in cui il materiale lascia il territorio nazionale. A quel punto, non basta più domandarsi se l’operazione sia formalmente consentita. Ma piuttosto se sia ancora giuridicamente sostenibile quando il suo possibile risvolto illecito (e drammatico) è conoscibile, documentato e prevedibile”.

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