La decisione a fine mese sui fondi SAFE
Antonella Reina

Ph.:https://www.ilsole24ore.com/art/fondi-ue-la-difesa-perche-c-e-braccio-ferro-crosetto-e-giorgetti-
L’articolo 11 della Costituzione italiana non lascia spazio a interpretazioni creative: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” Non dice che la ripudia quando conviene. Non dice che la ripudia salvo accordi NATO. La ripudia. Punto.
Eppure oggi il governo italiano — stretto tra una procedura di infrazione europea, un debito pubblico al 137% del PIL e una crescita economica anemica allo 0,6% — sta discutendo se spendere altri 12 miliardi di euro in armamenti entro il 2028, con l’obiettivo dichiarato di portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035. È il momento di chiedersi, con chiarezza e senza retorica: a chi serve questo riarmo, e chi lo paga?
La guerra come affare
Partiamo da un dato che i comunicati governativi non amano citare. Dal 2022, da quando cioè la guerra in Ucraina ha trasformato la “difesa” in parola d’ordine europea, le aziende occidentali del settore militare hanno visto gonfiarsi ordini, ricavi e quotazioni borsistiche. I dividendi agli azionisti sono cresciuti. Le capitalizzazioni di borsa di Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems hanno toccato record storici.
Nel frattempo, dall’altra parte della barricata, l’industria della difesa russa — gestita dal colosso pubblico Rostec — lavorava con redditività nulla o addirittura negativa, orientata alla produzione bellica, non al profitto. Come ha ammesso lo stesso amministratore delegato di Rostec: la società ha preso più ordini dalla difesa “con una redditività nulla o addirittura negativa”.
La sintesi brutale è questa: l’industria della difesa russa lavora per lo Stato. Quella occidentale lavora per gli azionisti.
E chi paga la differenza? Il contribuente. Il cittadino italiano che vede restringersi i fondi per la sanità, la scuola, il welfare. L’Italia, che non riesce a scendere sotto il 3% di deficit e non può permettersi nemmeno di attivare la clausola europea che le consentirebbe di finanziare il riarmo fuori dai vincoli del Patto di stabilità.
Insomma,in Italia, il pus del profitto privato si innesta sulle scelte di morte del riarmo, a fronte di un grande bisogno, inevaso, di investimenti sociali di base.
E’ necessario chiarire che l’assunto di questo editoriale non è giustificare gli investimenti per la difesa su modello russo o altro, ma mettere in evidenza il paradosso delle scelte economiche europee e quindi dell’Italia, fondate sul falso e pretestuoso ritornello della guerra che genera la pace.
Lato russo: profitto quasi assente per design
La fonte più diretta è il CEO di Rostec stesso — Sergey Chemezov — che lo dichiara apertamente al presidente Putin nel rapporto annuale del conglomerato:
Gli utili netti di Rostec rimangono “relativamente bassi considerando i guadagni attuali. Ciò è dovuto principalmente al grande volume di contratti con la Difesa statale. L’attuale redditività di questi contratti non è molto elevata, attestandosi a circa il 2 percento. Inoltre, le agenzie di accettazione militare non coprono tutte le spese generali. A causa di questi fattori, a volte è impossibile coprire tutte le spese sostenute dalle nostre imprese per l’adempimento dei contratti della Difesa statale.” RTL 102.5
Un’azienda che non copre nemmeno le spese generali sui contratti di Stato sta di fatto sussidiando la produzione militare con le proprie riserve. È un trasferimento di valore verso lo Stato, non verso gli azionisti — che non esistono, perché Rostec è di proprietà pubblica al 100%.
Rostec fornisce quasi l’80% di tutte le armi utilizzate dal personale militare russo nel conflitto in Ucraina. Lo fa con una redditività del 2%, spesso negativa sui singoli contratti, e in un contesto in cui le aziende della filiera militare-industriale stanno tagliando gli investimenti per il 2025 a causa dei costi eccessivi di finanziamento: ai tassi di prestito attuali la redditività di molte imprese è di fatto paralizzata o inferiore ai rendimenti dei titoli di Stato russi. QuotidianoMinistry of Economy and Finance
Il completamento del quadro è fornito dal sistema di coercizione che integra quello economico: dal 2023, in Russia, ritardi o rifiuti di contratti militari sono perseguibili penalmente anche senza prova di profitto personale. Secondo Reuters, almeno 34 imprenditori e manager della filiera militare-industriale sono oggi in carcere o sotto processo. Non si produce per guadagnare: si produce per ordine dello Stato, sotto pena di reclusione. Il Sole 24 ORE
Lato occidentale: la guerra come opportunità di mercato
Qui le fonti sono altrettanto nette. Il riferimento principale è il rapporto SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) 2024, che analizza i bilanci delle prime 100 aziende di armamenti al mondo.
L’utile netto di 13 delle 15 principali imprese italiane del settore difesa/aerospazio è cresciuto notevolmente dal 2021 al 2024. L’utile netto di Leonardo S.p.A. è cresciuto del 97,44% nell’arco dell’intero periodo considerato, e del 63% nel solo 2024 rispetto al 2023. Gli ordini sono ulteriormente cresciuti del 12,2% rispetto al 2023, raggiungendo i 20,9 miliardi. sportface
Il dato non riguarda solo l’Italia. Quasi tre quarti delle prime 100 aziende di armamenti al mondo hanno aumentato il proprio fatturato tra il 2022 e il 2023. “I ricavi hanno registrato un netto aumento nel 2023 e si prevede che questa tendenza venga confermata dalle cifre del 2024”, ha osservato Lorenzo Scarazzato, ricercatore del programma Spese militari e produzione di armi del SIPRI: “Fra l’altro molte aziende hanno lanciato campagne di assunzione, suggerendo che sono ottimiste riguardo al volume delle prossime vendite”. Adnkronos
La differenza strutturale con il modello russo è qui: non si tratta di aziende che producono su ordine coercitivo dello Stato a margine zero. Si tratta di aziende quotate in borsa, con azionisti, che vedono nella guerra una leva di crescita dei ricavi e degli utili distribuibili.
La brutalità della sintesi nell’editoriale è dunque documentata e letteralmente confermata dalle parole del CEO di Rostec a Putin: il conglomerato russo non può coprire le proprie spese generali sui contratti militari. Le aziende occidentali, nello stesso periodo, raddoppiano gli utili. Il debito pubblico italiano — e quello degli altri Paesi europei — è il canale attraverso cui quella differenza viene finanziata.
Il meccanismo: come si trasforma il debito pubblico in profitto privato
Il circuito è semplice, quasi elegante nella sua perversità.
Il governo italiano — su pressione NATO e contesto geopolitico — si impegna ad aumentare la spesa militare. Non avendo margini di bilancio (deficit al 3,1%, procedura di infrazione aperta, debito monstre), accede a prestiti europei garantiti dal bilancio UE: il programma SAFE, 14,9 miliardi assegnati all’Italia tra il 2026 e il 2030. Attenzione: sono prestiti, non fondi a fondo perduto. Vanno restituiti. Con interessi. Da un Paese che già fatica a stare sotto il 3% di deficit.
Quei miliardi — presi a prestito e gravanti sul debito pubblico futuro — finiscono nelle casse delle aziende di difesa. Aziende quotate in borsa. Aziende con azionisti. Aziende che distribuiscono dividendi.
Il percorso è: debito pubblico italiano → profitto privato degli azionisti della difesa. Il rischio lo porta il cittadino. Il guadagno lo porta l’azionista.
E il cittadino? Riceve in cambio sistemi d’arma che — come ha documentato un rapporto riservato della Bundeswehr tedesca, poi trapelato sulla stampa — sul campo di battaglia ucraino si sono rivelati inadeguati. Il semovente Pzh-2000, “sistema eccezionale” sulla carta, ha mostrato “una vulnerabilità tecnica così elevata che la sua idoneità alla guerra è seriamente messa in dubbio”. Il Leopard 2A6 ha costi di riparazione talmente alti da rendere spesso le riparazioni stesse non convenienti. I mezzi che invece i soldati ucraini hanno apprezzato? Il vecchio Gepard e il Marder: mezzi rustici, robusti, da tempo radiati dai reparti tedeschi.
Il riarmo europeo compra caro ciò che non funziona, e lo fa con soldi che non ha.
I numeri del paradosso italiano
Rendiamo concreto l’assurdo.
Un carro armato Leopard 2A8 — il fiore all’occhiello dell’industria tedesca — costa oggi 29 milioni di euro. Un T-90 russo costa 4,1 milioni. Con il prezzo di un Leopard si comprano sette T-90. Il semovente tedesco Pzh-2000 costa 17 milioni: con quella cifra i russi producono dodici dei loro MSTA-S.
Non stiamo difendendo i sistemi d’arma russi. Stiamo osservando che il riarmo europeo — presentato come risposta alla minaccia russa — produce sistemi che costano da cinque a dodici volte di più di quelli che dovrebbero fronteggiare, e che sul campo si rivelano più fragili. È una corsa agli armamenti inutile e dannosa e che , per giunta, non si può vincere sul piano industriale, perché la Russia dispone di materie prime, energia e forza lavoro a costi infinitamente inferiori.
Per l’Italia il paradosso è ancora più acuto. Siamo il secondo Paese più indebitato dell’Unione europea. La nostra crescita è allo 0,6%. Ogni euro speso in armamenti è un euro sottratto a qualcosa d’altro. Aumentare comunque la spesa militare significa una sola cosa: tagliare sanità, scuola e welfare. Non è un’ipotesi. È l’aritmetica.
Se l’Italia uscisse dalla procedura di infrazione, nel prossimo biennio si libererebbero circa 6,4 miliardi di euro tra minori oneri sul debito e costi evitati. Risorse che potrebbero andare ai pronto soccorso in agonia, alle liste d’attesa, alle scuole con i soffitti che crollano. Invece, quella soglia non è stata raggiunta — per un decimale — e il dibattito pubblico è occupato da Crosetto che scrive lettere a Giorgetti per sapere se può firmare i contratti SAFE entro fine maggio.
La guerra che si sta concludendo
C’è un’ulteriore ironia della storia. Il riarmo massiccio viene giustificato con la guerra in Ucraina. Ma quella guerra — per quanto terribile — si sta avviando verso negoziati. La pressione americana per un accordo è concreta. I colloqui diplomatici sono in corso. Il conflitto che ha innescato la corsa al riarmo europeo potrebbe concludersi proprio mentre l’Europa firma i contratti per gli armamenti destinati a combatterlo.
E qui la “lezione dell’Ucraina” si rivela nella sua forma più amara: il conflitto ha dimostrato che le guerre moderne si combattono con droni a basso costo, sistemi autonomi, guerra elettronica, intelligenza artificiale. Non con carri armati da 29 milioni ciascuno. Non con semoventi che si inceppano dopo poche settimane di uso intensivo. Il rapporto Bruegel/Kiel Institute — la stessa fonte citata dal governo per giustificare il riarmo — rileva che solo un euro su otto della spesa tedesca per la difesa va a tecnologie di nuova generazione. Sette euro su otto finiscono in armamenti convenzionali, cari e obsoleti sul piano tattico.
Art. 11: non un’utopia, una bussola
L’articolo 11 non è una norma romantica scritta da idealisti reduci dalla Resistenza — anche se lo fu. È una norma razionale. Dice che la guerra non è uno strumento efficace di politica estera. Che le controversie si risolvono con altri mezzi. Che la sicurezza collettiva non si costruisce con la gara agli armamenti ma con il diritto internazionale.
Quella norma oggi ci chiede di fare alcune domande scomode: ha senso che l’Italia si indebiti ulteriormente — aggravando una situazione fiscale già critica — per comprare sistemi d’arma costosi, tecnologicamente inadeguati, prodotti da aziende che distribuiscono dividendi agli azionisti, destinati a una guerra che la diplomazia sta cercando di chiudere?
Ha senso farlo mentre si taglia la sanità? Mentre le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano? Mentre le scuole italiane sono tra le meno finanziate d’Europa?
Chi guadagna da questo riarmo ha un nome e un indirizzo. Sono le aziende di difesa. Sono i loro azionisti. Non sono i cittadini italiani, che portano il rischio del debito senza raccogliere i profitti.
Cosa chiederebbe l’art. 11
Una politica coerente con l’articolo 11 non significa disarmo unilaterale dall’oggi al domani. Significa, nell’immediato, priorità diverse: negoziare in sede NATO un ridimensionamento degli obiettivi di spesa per i Paesi in procedura di infrazione; investire, se si vuole investire in sicurezza, nelle tecnologie duali che servono sia alla difesa che all’economia civile — cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, intelligenza artificiale applicata alla prevenzione dei conflitti; spingere con determinazione per il negoziato in Ucraina, non per prolungare un conflitto che logora il continente e arricchisce pochi.
Ma c’è una domanda che il dibattito pubblico italiano continua a eludere, liquidandola come impraticabile o ingenua, e che invece merita di essere posta con serietà: e se il problema fosse la NATO stessa?
Non è una provocazione. È una domanda costituzionalmente fondata. L’appartenenza alla NATO non è scritta nell’articolo 11 — vi è anzi in tensione strutturale con esso.
L’Alleanza Atlantica non è nata per “ripudiare la guerra”: è nata per prepararla, deterrenza inclusa. Ogni Paese membro accetta, firmando, di subordinare parte della propria sovranità di bilancio e di politica estera agli obiettivi di spesa militare decisi collettivamente — oggi fissati al 5% del PIL entro il 2035, una cifra che per l’Italia, con i conti che abbiamo, è semplicemente incompatibile con qualsiasi idea di stato sociale funzionante.
L’uscita dell’Italia dalla NATO può sembrare, nel clima attuale, un’ipotesi fantapolitica. Lo era anche, in altri contesti storici, l’uscita della Francia dal comando integrato — che De Gaulle attuò nel 1966, rivendicando la sovranità nazionale come principio non negoziabile. Lo era l’idea che un Paese europeo potesse scegliere la neutralità: eppure Austria, Svizzera, Irlanda, Finlandia (fino al 2023) hanno costruito decenni di sicurezza e prosperità fuori dall’Alleanza o ai suoi margini.
Non si tratta di proporre l’uscita come atto immediato, né di ignorare le complessità geopolitiche che tale scelta comporterebbe. Si tratta di riportarla nell’orizzonte del pensiero politico legittimo — di smettere di trattarla come un tabù e cominciare a trattarla come ciò che è: una scelta sovrana, che una democrazia matura ha il diritto e forse il dovere di valutare quando i costi dell’alleanza superano strutturalmente i benefici.
Oggi quei costi sono: miliardi sottratti alla sanità e alla scuola, debito che cresce, aziende private che lucrano sul bilancio pubblico, sistemi d’arma inutili comprati a prezzi insostenibili, e una collocazione strategica che ci porta a essere cobelligeranti de facto in conflitti che la nostra Costituzione chiede di risolvere con altri mezzi.
Un percorso verso la neutralità attiva — costruito gradualmente, con una diplomazia europea autonoma, con investimenti in mediazione internazionale invece che in armamenti, con una politica estera che faccia dell’articolo 11 non uno slogan ma una dottrina — non è la resa. È, forse, l’unica strategia coerente con ciò che siamo: un Paese fondato sul ripudio della guerra, che ha ancora la lucidità di ricordarselo.
La Costituzione lo dice da settantotto anni. È ora che qualcuno abbia il coraggio di prenderla sul serio fino in fondo.
Le fonti di questo editoriale includono: rapporto Bruegel/Kiel Institute sulla spesa europea per la difesa; dati Eurostat su deficit e debito italiano 2025; documento riservato della Bundeswehr sulle armi tedesche in Ucraina (Der Spiegel, aprile 2026); Documento di Finanza Pubblica italiano, aprile 2026; regolamento UE SAFE (Security Action for Europe), maggio 2025.
Fondi europei per la difesa: cosa sono e cosa comportano
SAFE — Security Action for EuropePrestiti a tassi agevolati, garantiti dal bilancio UETotale: 150 miliardi € · Quota Italia: 14,9 miliardi (2026–2030) Aree: difesa aerea, droni, missili, cybersicurezza, AI militare⚠ Sono prestiti, non fondi a fondo perduto — vanno restituiti con interessi
ReArm Europe / Readiness 2030Piano quadro UE per mobilitare fino a 800 miliardi € in 4 anniSAFE ne è il braccio finanziario principaleInclude clausola “Buy European”: preferenza per fornitori interni
UEBEI — Banca Europea degli InvestimentiFinanziamenti a lungo termine per industria della difesa e dual-useRimozione (2024) del divieto di finanziare armi letaliComplementare a SAFE, orientato al settore privato (Leonardo, Rheinmetall…)
- Cosa comportano per l’Italia: Debito al 137% del PIL: ogni nuovo prestito aggrava il servizio del debito futuro
- Procedura di infrazione UE aperta: l’Italia non può attivare la clausola di salvaguardia
- 17 paesi UE la usano — l’Italia no: scorporo della spesa difesa dal deficit vietato
- Crescita PIL allo 0,6%: ogni euro in difesa è un euro sottratto a sanità e welfareIl meccanismo: debito pubblico → aziende di difesa → profitti privati → azionisti
- Crosetto chiede di firmare il SAFE entro maggio 2026 · Giorgetti frena
- Se uscisse dalla procedura di infrazione, l’Italia libererebbe ~6,4 mld € in 2 anni
Breve aggiornamento
Il governo e il caos sul riarmo al 5%: un dietrofront in poche ore
Martedì scorso il centrodestra ha presentato al Senato una mozione in cui chiedeva al governo di rivedere l’obiettivo del 5% del PIL per le spese di difesa, (Il Sole 24 ORE) (Avvenire) definendo tale impegno “irrealistico” alla luce della situazione economica e della priorità sulla sicurezza energetica. L’impegno era stato sottoscritto lo scorso anno dalla premier Giorgia Meloni al vertice NATO dell’Aja (Il Fatto Quotidiano) .
Poche ore dopo, il governo ha ordinato la rimozione del paragrafo incriminato dalla mozione (Avvenire) , provocando uno straordinario cortocircuito parlamentare. Meloni e il ministro della Difesa Crosetto hanno guidato l’intervento per “sbianchettare” il testo, ritenendo la mossa politicamente dannosa e diplomaticamente compromettente nei confronti degli alleati NATO e degli USA (Avvenire) .
Il testo originale sollevava i sospetti di una “manina”, con indizi che puntavano verso la Lega come responsabile del passaggio pro-revisione (Il Gazzettino) . L’episodio ha scatenato critiche dalle opposizioni: Conte ha parlato di “governo allo sbando”, mentre Schlein si è interrogata su chi abbia proposto la retromarcia (Avvenire) .
Alla fine, la maggioranza ha bloccato il dietrofront e confermato l’impegno verso il 5% per la difesa (Il Fatto Quotidiano) , ma il danno reputazionale era già fatto.
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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




