“Leone sul filo di Francesco”
Matteo Magnisi

Che la visita di Papa Leone XIV alla Sapienza avrebbe lasciato un segno profondo, in un momento così drammatico per gli equilibri internazionali, lo si è capito un minuto dopo il suo arrivo.
Una scelta tutt’altro che casuale: simbolica, storica, strategica.
Dichiarazioni forti pronunciate da un corpo mite, nel più grande ateneo laico d’Europa: un luogo dove si formano le élite culturali, dove si incontrano giovani, scienza e ricerca, e dove si parla a credenti e non credenti.
Papa Leone ha voluto parlare alla società, non solo alla Chiesa.
E la Sapienza era il luogo ideale per farlo.
La Sapienza è anche un luogo “ferito” nel rapporto con i Papi.
Nel 2008 Benedetto XVI fu costretto ad annullare la visita a causa delle proteste di docenti e studenti che lo ritenevano non gradito, non accademico, incongruo con la ricerca scientifica per tenere una lectio magistralis.
L’accusa era quella di essere “anti‑scientifico”, per una frase attribuita a un suo discorso del 1990 in cui citava Paul Feyerabend sul caso Galileo, interpretata come mancanza di rispetto verso la scienza: l’idea che avesse usato “l’effige della Dea Ragione come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica”.
Questa volta, ad accogliere Papa Leone, c’era Giorgio Parisi, premio Nobel e uno dei 67 docenti che allora guidarono la protesta.
Una visita che arriva 18 anni dopo quell’episodio, che aveva creato un vero corto circuito nei rapporti tra mondo accademico e Chiesa.
È stato un gesto di riconciliazione tra fede e sapere?
Sì, ma è solo una parte della storia — e forse nemmeno la più importante.
Il punto centrale sono state le dichiarazioni inedite di un Papa sotto attacco pseudo‑confessionale da parte del rappresentante della più grande potenza mondiale.
E le ha pronunciate in un luogo del sapere, dove la parola del Papa non è protetta: non in una basilica, non in un’udienza, non in un contesto ecclesiale, ma in un ambiente laico, critico, pluralista.
Papa Leone non è entrato alla Sapienza per tenere una lectio magistralis, ma per una visita pastorale, scegliendo di parlare dove i giovani ascoltano davvero.
Una visita che arriva 35 anni dopo l’ultima presenza di un Papa, quella di Giovanni Paolo II.
Leone XIV ha costruito il suo discorso partendo dal disagio giovanile, dall’ansia da prestazione, dalla ricerca della verità, dalla responsabilità verso il futuro, dall’ecologia.
E poi è arrivato il botto finale: pace e disarmo.
La frase che ha segnato la giornata è stata:
«Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza.»
Una frase che fa il paio con il suo «Non ho paura», pronunciato pochi giorni prima in risposta agli attacchi del rappresentante della più grande potenza mondiale.
Papa Leone ha denunciato:
– la crescita enorme della spesa militare,
– il depauperamento degli investimenti in educazione e salute,
– la sfiducia nella diplomazia,
– l’arricchimento delle élite che traggono profitto dalla guerra cui nulla importa del bene comune.
E non si è fermato qui.
Ha parlato della complessità contro la semplificazione che “costruisce nemici”, della responsabilità morale nell’uso dell’intelligenza artificiale, soprattutto in ambito militare, della spirale di annientamento che attraversa interi popoli — Gaza, Ucraina, Libano, Iran.
E ha concluso con un appello potente:
«Siate artigiani della pace vera e disarmata.»
Parole rivolte a giovani che ha voluto considerare non destinatari passivi, ma soggetti pienamente politici.
In un tempo in cui la politica Italiana ed europea continua a imporre pervicacemente il riarmo ad ogni costo, papa Leone non tace, rilancia, sembra voler rompere il silenzio con coraggio e con un linguaggio diverso, aumentando la percezione di continuità con la politica estera di papa Francesco — anticipatore della profezia della “guerra mondiale a pezzi”, nemico della “globalizzazione dell’indifferenza”, che riabilitò la teologia della liberazione biblica e umana incontrando Gutierrez, canonizzando Romero e valorizzando l’opzione per i poveri. Oggi più che mai, quando sempre più popoli sono vittime delle conseguenze dirette o indirette delle guerre, occorrerebbe abbracciare l’approccio sociale di quella teologia della liberazione nata, alla fine degli anni ’60, in un’America latina oppressa economicamente e socialmente, nella quale papa Francesco era nato e papa Leone ha operato per oltre venti anni.
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Scadenze: 30 sett. (730) | 30 nov. (Redditi PF)




